Heinz Heger.
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GLI UOMINI CON IL TRIANGOLO ROSA.
La testimonianza di un omosessuale deportato in campo di concentramento dal 1939 al 1945.
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Titolo originale: Die Mdnner mit dem rosa Winkel.
Traduzione di: Gabriele Lenzi.
2019. EDIZIONI SONDA, viale Abruzzi 72, MILANO.
ISBN 978 88 7224 038 0.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Il racconto di una delle pagine pi atroci del Novecento, che d voce alle vittime dimenticate del nazismo.
 il 1939 quando Heinz Heger viene arrestato a Vienna: ha inizio la sua discesa agli inferi, con la deportazione nei campi di concentramento di Sachsenhausen e di Flossenbrg e l'infamia di dover indossare il triangolo rosa, il pezzo di stoffa che identificava le persone omosessuali. Questa  la testimonianza di come  riuscito a sopravvivere, tra lavori forzati, torture, stratagemmi e alleanze col nemico. Una vicenda umana e storica violenta come un pugno nello stomaco, che non si dimentica.
Con un saggio di Giovanni Dall'Orto sulla condizione degli omosessuali in Italia nel periodo fascista.
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L'AUTORE.
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HEINZ HEGER  lo pseudonimo dietro cui si celano due persone: il protagonista della vicenda narrata in questo libro, Josef Kohout (1917-1994), e il suo amico Hans Neumann, che ha materialmente scritto il testo, dopo aver raccolto ben quindici interviste fra il 1965 e il 1967, per poi rielaborarle e scrivere la biografa che ricalca passo per passo la vicenda umana di Kohout. Il triangolo rosa di Joseph Kohout, l'unico di cui  rimasta traccia,  conservato presso lo United States Holocaust Memorial Museum di Washington.
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ALCUNI GIUDIZI.
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LA VICENDA INCREDIBILE DI UN OMOSESSUALE DEPORTATO NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO NAZISTI DAL 1939 AL 1945, E MIRACOLOSAMENTE SOPRAVVISSUTO.
PUBLISHERS WEEKLY.
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Un libro che ha colpito l'immaginazione degli omosessuali di tutto il mondo, permettendo loro di identificarsi in quella tragedia apparentemente cos remota nel tempo e nello spazio.
GIOVANNI DALL'ORTO, STORICO.
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Per anni abbiamo dato per scontato che le uniche vittime dei nazisti siano stati gli ebrei. Le vittime omosessuali meritano di avere la stessa considerazione nella storia.
RACHEL BINNING, DOCENTE DI STORIA ALL'UNIVERSIT DELLA CALIFORNIA, SANTA BARBARA.
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GLI UOMINI CON IL TRIANGOLO ROSA. ROMANZARE UNA BIOGRAFIA.
Introduzione di Giovanni Dall'Orto.
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Erano trascorsi solo tre anni dalla nascita del
movimento di liberazione gay quando, nel 1972,
apparve in lingua tedesca Die Mnner mit dem Rosa
Winkel (Gli uomini con il triangolo rosa), memoriale
di un deportato nei lager nazisti per omosessualit.
Lo pseudonimo con cui era firmato il volume,
Heinz Heger, nascondeva due persone: il protagonista
della vicenda, Josef Kohout (24 gennaio 1915
- 15 marzo 1994) e il suo amico Hans Neumann,
che aveva materialmente scritto il testo. Neumann
aveva raccolto ben quindici interviste, fra il 1965 e
il 1967, rielaborandole poi per scrivere il romanzo
biografico, che ricalcava passo per passo la vicenda
umana di Kohout.
Il fatto che nel 1972 l'omosessualit fosse ancora
un reato in Germania (in Austria era stata decriminalizzata nel 1971) giustific la scelta di non svelare
l'identit del protagonista, che sarebbe rimasta
un segreto gelosamente custodito fino alla sua morte,
nel 1994.
Solo dopo la sua scomparsa, in occasione di una
riedizione del testo, fu possibile sapere infine che il
protagonista era appunto Josef Kohout, nato a Vienna,
da una famiglia cattolica benestante (suo padre
era un funzionario governativo).
Quando Kohout aveva 24 anni, nel marzo
1939, una cartolina con espressioni affettuose al suo
amante, Fred, figlio di un gerarca nazista, fin nelle
mani sbagliate. Fred, grazie all'influenza del padre,
riusc a cavarsela, ma non Kohout, che fu condannato a sei mesi di carcere.
Come accadde a molti altri nello stesso periodo,
alla scadenza della pena il condannato, invece
di essere liberato, nel gennaio 1940 fu mandato, per
una rieducazione attraverso il lavoro, al campo
di concentramento di Sachsenhausen, da cui fu poi
trasferito nel maggio 1940 al campo di concentramento
di Flossenbrg, dove sarebbe rimasto fino alla
liberazione da parte delle truppe Alleate nel 1945.
Secondo la narrazione di Kohout, egli sarebbe
sopravvissuto cos a lungo grazie alla circostanza di
essere diventato amante di un kap (ossia un prigioniero
incaricato di mantenere l'ordine nel campo),
e poi kap egli stesso. Questa posizione di privilegio
gli aveva risparmiato la morte per stenti, toccata invece
a migliaia di suoi compagni di sventura.
Nel 1945 Kohout torn a Vienna, scoprendo
che il padre s'era ucciso nel 1942.
Nello stesso anno incontr quello che sarebbe
stato il suo compagno per il resto dei suoi giorni.
Fu questa persona che, alla sua morte, raccolse le
sue carte e i suoi documenti (che includevano anche il
pezzo di stoffa con il numero dell'internato e il triangolo
rosa con cui era marchiato), che don all'Holocaust
Museum di New York, dove sono oggi esposti.
Purtroppo, se Kohout aveva conservato tali
dolorosi cimeli nella speranza di ottenere un risarcimento
per le sofferenze patite, dovette presto disilludersi:
le autorit del dopoguerra giudicarono lui
e tutti gli altri omosessuali internati nei lager non
come perseguitati, bens come delinquenti comuni
che avevano scontato una meritata pena detentiva.
Alla pubblicazione, la narrazione autobiografica
di Heinz Heger ebbe un immediato successo
nel mondo gay e non solo: fu tradotta in molte
lingue, utilizzata nelle universit e nel 1979 ispir
il dramma (e successivamente film) Bent, di Martin Sherman.
La scelta di romanzare l'autobiografia, indulgendo a una tavolozza insolita di emozioni di amore e odio, rende il racconto di Heger meno obiettivo, e quindi meno riconoscibile come documento storico, rispetto alle testimonianze apparse negli anni successivi, come quella del francese Pierre Seel. Ma al tempo stesso le conferisce quella vivezza, e quella capacit di commuovere il lettore, che ne hanno fatto il testo oggi pi celebre sulla persecuzione nazista delle persone omosessuali.
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Giovanni Dall'Orto.
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Giovanni Dall'Orto (Milano, 1958)  giornalista, storico e militante gay.  stato il primo ricercatore a studiare i fascicoli di confinati omosessuali sotto il fascismo. Ha scritto fra le altre cose: Tutta un'altra storia. L'omosessualit dall'antichit al secondo dopoguerra (2015).
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SINCERIT E TOLLERANZA VIAGGIANO INSIEME.
Prefazione dell'autore.
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Nel 1934, dopo il putsch di Hitler contro Rohm,
lo stato tedesco nazionalsocialista inaspr le norme penali
contro l'omosessualit, aggiungendo alla normativa
gi in vigore il Paragrafo 175a che rese ancora pi
severi i procedimenti penali a carico degli omosessuali.
Sotto il regime nazista furono decine, forse centinaia
di migliaia, gli omosessuali che fino al 1945 furono
costretti a portare un triangolo rosa. Tutti loro erano
in balia dell'arbitrio delle SS e dovettero sopportare
le pi atroci torture finch la morte non li rese liberi.
Fino a oggi non si sa con precisione quanti sono
stati gli uomini dal triangolo rosa internati nei vari
campi di concentramento nazisti, dal momento che
per questa particolare categoria di prigionieri non
vennero mai tenute registrazioni accurate.
In base alla nota ipotesi di Kinsey, secondo cui
dal 4 al 5% della popolazione avrebbe un orientamento
omosessuale, si pu stimare che in quel periodo
vivessero in Germania circa due milioni di
omosessuali. Possiamo quindi supporre con una certa
verosimiglianza l'esistenza di alcune centinaia di migliaia
di internati dal triangolo rosa.
Non tutti quelli che portavano questo triangolo erano omosessuali. Per liberarsi di persone scomode,
soprattutto se scapoli o senza figli, era sufficiente
una denuncia anonima. Bastava anche solo il sospetto
che quella persona fosse uno del 175 perch si
potesse mettere agli arresti precauzionali. E chi precipitava
nell'inferno del campo di concentramento
con un triangolo rosa raramente ne usciva vivo. Non
sappiamo quanti furono gli uomini dal triangolo rosa
che sopravvissero al loro martirio, ma anche le poche
vittime rimaste in vita hanno preferito tacere riguardo
alla loro prigionia nei lager, chi per vergogna, chi
per paura. In Germania infatti, come anche in Austria,
l'omosessualit era e in parte  ancora oggi considerata
un crimine(1): sarebbero quindi stati oggetto
di rinnovate persecuzioni da parte delle nuove autorit
democratiche. Venivano comunque minacciati di
essere schedati in quanto omosessuali con tanto di
impronte digitali e foto segnaletiche; di subire discriminazioni
sul posto di lavoro, di essere fatti oggetto
del disprezzo sociale e di tornare in carcere.
E dato che chi aveva portato il triangolo rosa
era considerato alla stregua di un criminale comune,
gli omosessuali vennero comunque esclusi da qualsiasi
risarcimento: quindi per la loro stessa sicurezza
conveniva loro celare la trascorsa prigionia nei lager.
Non conosciamo ancora con precisione le origini
dell'omosessualit, ma possiamo affermare scientificamente
che non  una malattia bens un fenomeno
della natura, una variet del sentire umano che
riguarda un uomo e una donna su dodici. Secondo
Kinsey, infatti, in America come in Europa ogni popolo
ha un 4% di individui esclusivamente omosessuali
e circa la stessa percentuale di bisessuali.
L'attivit sessuale tra persone omosessuali non
si differenzia affatto da quella degli eterosessuali: dai
romantici entusiasmi platonici per il partner fino alle
orge, ritroviamo gli stessi tipi di sessualit presenti
anche tra gli eterosessuali. Gli omosessuali non sono
misogini, semplicemente la loro pulsione sessuale 
rivolta a persone dello stesso sesso. Nella misura in
cui non avvengono abusi ai danni di bambini o di
persone giovani, l'omosessualit non danneggia n
il singolo n il popolo n lo Stato, non pi dell'eterosessualit.
In un'epoca di affermazione dei diritti
umani e della tolleranza, la nostra vita sessuale dovrebbe
essere considerata parte della sfera intima di
ogni individuo, in cui n lo Stato n il buon vicino
devono immischiarsi. A meno che non si vogliano
rendere perseguibili il mancinismo o la daltonia...
L'autore non ha dovuto patire personalmente
il destino descritto in questo libro, ma si  limitato
a riportare ci che gli  stato rivelato da uno dei pochissimi
uomini dal triangolo rosa sopravvissuti. Si
tratta di sopraffazioni, torture e crimini che ancora
oggi dovrebbero farci vergognare di essere stati fiancheggiatori
e contemporanei delle SS. Dovrebbe per
anche farci vergognare il fatto che fino a oggi non
abbiamo fatto ancora nulla per questa categoria di
persone, vittime dei dominatori tedeschi. Stranamente,
fino ai giorni nostri si  saputo ben poco delle
sofferenze degli uomini dal triangolo rosa.
In molti libri si  scritto della sorte certamente
triste degli ebrei, dei politici e degli zingari, ma gli
uomini dal triangolo rosa sono stati, al massimo, citati
solo en passant.
Eppure anche loro, proprio come gli ebrei, dovettero
sperimentare e sopportare tutta la violenza
sadica del regime nazista, e gi dal loro ingresso nel
campo erano condannati a una morte certa.
Per rispetto dell'umanit e per contribuire a
far s che non si ripeta mai pi una simile barbarie,
l'autore ha cercato di riportare tutte le sofferenze, le
esperienze e i sentimenti del suo informatore. Nulla
 stato taciuto, e nulla  stato esagerato o attenuato.
Mi auguro che questo libro, con il suo linguaggio
sincero e crudo, sia una dura accusa contro le autorit
del Terzo Reich e contro i metodi della Gestapo
e delle SS, che dominavano l'intero apparato
poliziesco della Germania nazista.
Dovrebbe inoltre indurre a riflettere tutti coloro
che continuano a credere che anche senza sincerit
e tolleranza sia possibile una duratura convivenza
tra persone dello stesso popolo, Stato o continente, e
che non sanno ancora distaccarsi dalle loro concezioni
politiche autoritarie.
H. H.
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Note.
1. La prefazione dell'autore fa riferimento alla situazione dell'anno di pubblicazione, il 1972. Per un aggiornamento, si veda la Postfazione.
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CAPITOLO 1.
ARRESTATO E CONDANNATO COME DEGENERATO.
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Vienna, marzo del 1939. Avevo ventidue anni,
studiavo all'universit e mi preparavo a una carriera
accademica che rispondeva pi alle aspettative dei
miei genitori che ai miei reali desideri. Non interessandomi
particolarmente di politica, non facevo parte
di nessuna associazione studentesca nazista, n ero
membro del partito o di una qualche sua struttura affiliata.
Non che nutrissi un'antipatia verso la nuova
Germania - dopotutto il tedesco era ed  ancora la
mia lingua madre - ma l'educazione che ho ricevuto
dai miei genitori ha sempre avuto un carattere tipicamente
austriaco. Austriaco anche nel senso che a
casa nostra ha sempre prevalso la tolleranza e non si
facevano mai differenze verso le persone la cui lingua,
religione o colore della pelle erano diversi dai
nostri. Inoltre, rispettavamo tutte le opinioni, anche
quelle che ci sembravano pi stravaganti.
Per questo tutte quelle chiacchiere che si facevano
all'universit sulla superiorit della razza tedesca e
sul suo destino di nazione che avrebbe retto e dominato
le sorti dell'Europa mi suonavano fin troppo tronfie.
E gi questo fu un motivo che mi imped di simpatizzare
per i nuovi dittatori nazisti in Austria e per
le loro idee.
La nostra era una cosiddetta famiglia alto borghese
rigidamente cattolica. Mio padre era un alto
funzionario ministeriale, pedante e corretto in tutte le
sue faccende, e per me e le mie tre sorelle pi giovani
era sempre stato un modello da imitare. Tranquillo,
sempre posato, da bambini ci ammoniva con l'indice
alzato quando scorrazzavamo per la casa in modo
troppo rumoroso. Definiva mia madre la signora della
casa e l'adorava profondamente: per quanto possa
ricordare non manc mai di regalarle dei fiori a ogni
suo compleanno o onomastico.
Mia madre era - ed  tuttora, dato che  ancora
viva - la personificazione della bont e della sollecitudine
per noi figli, sempre pronta ad aiutarci quando
una preoccupazione ci opprimeva. Certo, se necessario,
era anche capace di rimproverarci a suon di strilli,
ma non restava arrabbiata per molto tempo e non
serbava rancore. Per noi figli non era solo la mamma,
ma anche una buona amica, a cui potevamo confidare
ogni nostro segreto e che sapeva trovare sempre
una soluzione per ogni problema.
Fu a sedici anni che mi resi conto di essere attratto
molto di pi da persone del mio stesso sesso
piuttosto che dalle ragazze. All'inizio non ci pensavo
pi di tanto, ma quando i miei compagni di classe
iniziarono a imbarcarsi in amicizie e storielle amorose
con le ragazze, mentre io continuavo ad andare in
estasi per un ragazzo della mia scuola, iniziai a pormi
il problema delle mie inclinazioni.
Devo dire che la mia compagnia era sempre
molto gradita dalle ragazze e anch'io mi sentivo sempre
a mio agio con loro. Ma ben presto mi fu chiaro
che per me erano solo compagne di scuola o di classe,
che condividevano con me i problemi e le gratificazioni
dello studio, ma il cui fascino non mi attirava.
Il mio orientamento comunque non mi ha mai fatto
provare repulsione per le ragazze o le donne, al contrario:
solo che non sono mai riuscito a instaurare
con loro un rapporto d'amore, sebbene alcune volte
ci abbia provato, perch sarebbe andato contro una
mia attitudine interiore, contro le mie inclinazioni.
Per tre anni riuscii a celare a mia madre il mio
orientamento e mi pes molto il fatto di non poterne
parlare con nessuno. Finch un giorno mi confidai
con lei e le confessai tutto quello che credevo di dover
dire per alleggerirmi il cuore e la coscienza: non
cercavo tanto un consiglio quanto un modo per liberarmi
dal fardello di quel segreto.
Ragazzo mio, mi disse, sei tu che devi vivere
la tua vita. Devi fartene una ragione, non puoi avere
la pretesa di diventare un'altra persona con la stessa
facilit con cui ti cambi d'abito. Se credi di poter
avere una vita amorosa felice solo con altri uomini,
questo non fa di te un mostro: solo stai alla larga dalle
compagnie ambigue, perch  fin troppo facile cadere
nelle mani di ricattatori. Cerca di costruirti un'amicizia
stabile, questo ti risparmier molti pericoli. Sai, 
gi da qualche tempo che avevo intuito cosa ti stava
succedendo. Non devi disperarti per il fatto di essere
cos. Segui il mio consiglio e, qualunque cosa accada,
tu sei mio figlio e puoi sempre venire da me se
senti il bisogno di confidarti.
Fui molto consolato dalle parole di mia madre.
In realt, non mi aspettavo nulla di diverso: in ogni circostanza
restava sempre la migliore amica dei suoi figli.
Durante il mio corso di studi conobbi alluniversit
diversi studenti che pensavano, o meglio, che
sentivano le stesse cose che provavo io. Formammo
un piccolo gruppo di studio, che ben presto si ingrand
con l'arrivo di altri studenti provenienti dalla Germania,
dopo l'ingresso delle truppe tedesche in Austria e
l'immediata annessione. Naturalmente non ci limitavamo
a studiare insieme: ben presto si formarono alcune
coppie, e anch'io alla fine del 1939 avevo trovato
il mio grande amore. Il mio amico Fred era figlio di
un pezzo grosso entrato nel partito nazista fin da prima
del 1933: aveva due anni pi di me e voleva terminare
i suoi studi di medicina presso la rinomata scuola di
Vienna. Il suo carattere un po' energico ma ci nonostante
sensibile, il suo aspetto virile, i successi nello
sport e la sua vastissima cultura mi impressionarono al
punto che subito me ne innamorai perdutamente. Ma
anch'io devo essergli piaciuto molto con il mio charme
viennese e la mia natura molto sentimentale. Inoltre,
come lui, anch'io avevo un corpo atletico che non
manc certo di fargli effetto. Nel periodo che passammo
insieme eravamo molto felici e facevamo progetti
in comune per il nostro futuro, convinti com'eravamo
che non ci saremmo mai separati.
Un venerd, verso le tredici, pochi giorni dopo
il primo anniversario dell'annessione, a casa mia suonarono
alla porta, brevemente, ma in un modo che
mi parve risoluto e perentorio. Quando aprii mi trovai
di fronte un uomo con un cappello floscio e un soprabito
di cuoio, che si qualific bruscamente con la
parola Gestapo! e mi consegn un foglio prestampato con
l'ingiunzione di presentarmi alle quattordici
al quartier generale della Gestapo all'Hotel Metropolitan
in Morzinplatz per un interrogatorio.
Mia madre e io rimanemmo sbalorditi da questo
avviso ma, con la mia solita leggerezza, pensai che mi
volessero sentire come testimone per qualche episodio
all'universit o per avere informazioni di carattere politico
su un compagno di studi che si fosse reso impopolare
nell'associazione studentesca nazista.
Non pu essere certo nulla di serio, dissi a
mia madre, altrimenti l'uomo della Gestapo mi
avrebbe portato subito con s e arrestato.
Mia madre non riusc a tranquillizzarsi del tutto
e appariva molto preoccupata. Anch'io provavo una
certa inquietudine, ma dopotutto, in un regime di
dittatura, chi  in grado di andare serenamente alla
polizia segreta per farsi interrogare?
Casualmente sbirciai in strada dalla finestra del
nostro appartamento e vidi l'uomo della Gestapo davanti
a una vetrina poco distante, di certo non occupato
a osservare le merci esposte ma a sorvegliare il
nostro portone. Dovevo quindi presumere che avesse
l'incarico di tenermi d'occhio per impedire una mia
eventuale fuga. Sicuramente mi avrebbe seguito fino
a Morzinplatz. La cosa mi inquiet molto e fui preso
da una paura indefinibile, dalla sensazione di un pericolo
incombente.
Anche mia madre doveva provare le stesse cose.
Infatti, quando la salutai per presentarmi alla Gestapo,
mi abbracci molto affettuosamente, ripetendo
pi volte: Figlio mio, stai attento! Stai attento!.
Nessuno dei due immaginava che ci saremmo
potuti rivedere e abbracciare solo dopo pi di sei anni:
io ridotto a un relitto umano, lei una donna distrutta,
che per anni aveva vissuto nella paura per la vita di
suo figlio, sopportando gli insulti e il disprezzo di vicini
e conoscenti. Infatti ben presto tutto il quartiere
venne a sapere che suo figlio era un finocchio e che
per questo era finito in un campo di concentramento.
Mio padre non lo vidi pi dal giorno in cui
dovetti recarmi alla Gestapo. Solo dopo la mia liberazione
dal lager, nel 1945, seppi da mia madre che
per tutto il periodo della mia prigionia aveva tentato
di farmi rilasciare, presentando istanze al ministero
degli Interni, alla direzione del distretto di Vienna e
all'ufficio centrale per la sicurezza del Reich a Berlino.
Nonostante le sue numerose conoscenze in qualit
di alto funzionario ministeriale, non riusc a ottenere
nulla; ogni volta le sue istanze furono respinte.
In seguito a questi tentativi, ma soprattutto
per il fatto che suo figlio era stato arrestato come
omosessuale e quindi, in base alla legge che considerava
responsabile la stirpe per le colpe dei singoli,
divenuto ormai sgradito come alto funzionario, alla
fine del 1940 fu costretto a un prepensionamento a
stipendio ridotto. Non riusc mai a superare questo
disonore e nel 1942 si tolse la vita, pieno di angoscia
e di amarezza nei confronti di un'epoca cui non era
mai riuscito ad adeguarsi, deluso dai tanti amici che
non avevano voluto o potuto aiutarlo. Scrisse a mia
madre una lettera d'addio in cui le chiedeva di perdonarlo
per averla lasciata sola. Le ultime frasi della sua
lettera, che ancora oggi mia madre conserva, furono:
... e cos non riesco pi a sopportare lo scherno dei
miei conoscenti e colleghi e del nostro vicinato. Per
me  troppo! Ti prego, perdonami ancora. Che Dio
protegga nostro figlio!.
Alle due meno cinque entrai nella centrale della
Gestapo a Morzinplatz. C'era un gran movimento, pareva
un alveare: membri delle SS andavano e venivano,
uomini in uniforme di partito o in borghese, molti
dei quali portavano il distintivo dorato, correvano per
i corridoi e le scale. Proprio mentre stavo varcando il
portone, incrociai alcuni uomini in abiti civili. Dalle
loro espressioni serie si vedeva che erano sollevati
di poter uscire da quell'edifcio. Dopo aver consegnato
l'avviso di citazione, un agente delle SS mi disse di
seguirlo. Ci fermammo davanti a una stanza con una
grande targa che riportava il nome del funzionario che
la occupava. Fummo annunciati e fatti entrare da un
segretario, anche lui in uniforme da SS. Un nuovo
arrivo, dottore!. Scattando sull'attenti, l'agente consegn
il mio foglio e subito si dilegu.
Dall'aspetto del dottore - in abiti borghesi,
con i capelli cortissimi, perfettamente rasato - si
capiva immediatamente che doveva essere un alto
ufficiale. Era seduto dietro un'imponente scrivania
sulla quale erano accatastate pile di documenti, tutti
ben ordinati e allineati. Non mi rivolse neanche uno
sguardo, ma continu a scrivere senza dire nulla.
Rimasi l davanti a lui e aspettai per molti
minuti. Ma non succedeva niente. La stanza era
silenziosissima e quasi non osavo respirare, mentre
lui continuava a scrivere senza alzare lo sguardo. Si
sentiva solo il leggero fruscio della sua stilografica.
Iniziai a diventare sempre pi nervoso, sebbene
avessi capito che la sua tattica mirava a snervarmi.
Tutto a un tratto ripose la stilografica e mi guard fisso
con gli occhi di ghiaccio: Sei un finocchio, un
omosessuale, lo ammetti?.
No, no, non  vero, balbettai, sbalordito da
questa accusa che mi coglieva del tutto impreparato.
Avevo pensato solo a una faccenda politica, forse legata
all'universit, e ora vedevo svelato il mio segreto
fino ad allora cos accuratamente celato.
Non mentire, sporco frocio!, mi grid brutalmente,
ho delle prove inconfutabili, ecco, guarda
qua. Cos dicendo prese dalla scrivania una fotografia
formato cartolina e me la mise davanti.
Lo conosci quello?. Il suo lungo indice peloso
indic la fotografia. Ovviamente la riconobbi. Era
una foto da dilettante che riprendeva il mio amico
Fred e me che ci tenevamo affettuosamente le braccia
sulle spalle.
S,  il mio compagno di studi Fred X.
Ecco, vedi, disse calmo. Poi aggiunse all'improvviso:
E avete fatto delle porcate assieme, lo ammetti?.
La sua voce aveva un tono sprezzante, freddo
e tagliente.
Scossi solo la testa, non riuscivo a proferire neanche
una parola, mi sentivo la gola stretta da una
morsa. Mi croll il mondo addosso, il mondo dell'amicizia
e dell'amore per il mio amico Fred. I nostri
incontri segreti e il giuramento di non rivelare a nessuno
il nostro legame mi sembravano traditi. Tremavo
dall'agitazione, non solo per l'interrogatorio del
dottore, ma anche perch ora la relazione con Fred
era stata scoperta. Il dottore prese la foto e la gir.
Sopra c'era una dedica: Al mio amico con
eterno amore e affetto sincero!. Sapevo gi, non
appena me l'aveva mostrata, che sul retro doveva esserci
il mio giuramento d'amore. L'avevo regalata a
Fred il Natale del 1938. Doveva essere caduta nelle
mani sbagliate, pensai fulmineamente, forse l'aveva
scoperta suo padre. Ma quest'ultima ipotesi mi sembr
molto improbabile: il padre infatti non si curava
particolarmente del figlio, o perlomeno cos mi era
sempre sembrato. In ogni caso, la foto era sul tavolo
davanti a noi.
 la tua scrittura questa?. Risposi di s mentre
le lacrime mi salivano agli occhi. Ecco, vedi, avevo
ragione, disse con tono gioviale e soddisfatto. Firma
qui.
Mi present un foglio scritto per met che firmai
con mano tremante. I caratteri mi si confondevano
davanti agli occhi per le lacrime. L'agente delle
SS che mi aveva condotto l era improvvisamente
tornato nella stanza.
Portalo via, disse il dottore, poi consegn
all'agente un biglietto e torn a dedicarsi ai suoi documenti,
senza degnarmi pi di uno sguardo.
Lo stesso giorno fui trasferito in una cella del
carcere di polizia sulla Rossauerlnde, detto dai viennesi
la Lisetta, perch la strada in cui prima si trovava
si chiamava Elisabethpromenade. La mia richiesta
urgente di poter telefonare a mia madre, perch
sapesse dove mi avevano portato, fu respinta con le
parole: Vedrai che se ne accorge da sola che non
tornerai pi a casa.
Poi fui sottoposto a un'accurata ed estremamente
umiliante perquisizione: non solo dovetti
svestirmi completamente perch il poliziotto potesse
accertare che non nascondessi oggetti proibiti, ma mi
fecero anche piegare. Poi mi dissero di rivestirmi, ma
mi requisirono le bretelle e i lacci delle scarpe; quindi
mi portarono in una cella singola che per era gi
occupata da due uomini. Si trattava di due criminali,
arrestati uno per furto con scasso, l'altro per truffa ai
danni di una vedova. Subito vollero sapere il motivo
del mio arresto, che per non rivelai: dissi solo che
non ne avevo la pi pallida idea. Dai loro racconti
riuscii a capire che entrambi dovevano essere sposati
e sui trenta, trentacinque anni.
Quando vennero a sapere che ero uno di quelli,
come un guardiano disse loro sogghignando, mi
fecero subito delle proposte esplicite, che per rifiutai
indignato. Prima di tutto nella mia situazione non
avevo nessuna voglia di avventure e inoltre non ero,
come spiegai loro in modo deciso, una marchetta che
accetta tutte le proposte che gli fanno. Allora iniziarono
a offendere me e tutta la schiatta dei froci,
che meritava solo di essere distrutta; dissero che l'amministrazione del carcere si era comportata in modo
inaudito, chiudendo nella stessa cella un depravato
come me assieme a due persone relativamente rispettabili:
anche se avevano problemi con la legge, dopotutto
erano uomini normali e non dei depravati. Non
si sarebbero mai sognati di mettersi sullo stesso piano
degli omosessuali, che consideravano alla stregua delle
bestie. Continuarono ancora per un bel po' a insultare
me e i miei simili, ribadendo sempre che loro, in
confronto a quei porci dei froci, erano veri uomini
d'onore. Ad ascoltarli sembrava che fossi stato io a far
loro delle proposte anzich il contrario.
In realt, fin dalla prima notte, scoprii che avevano
rapporti sessuali e questo senza curarsi del fatto
che dovevo necessariamente vedere e sentire tutto.
Ma secondo loro, che si definivano normali, si
trattava solo di una pratica compensatoria e non di
un rapporto omosessuale. Come se questa esperienza
sessuale potesse essere giudicata normale o anormale
a seconda dei casi.
Pi tardi dovetti purtroppo rendermi conto
che non erano solo i due criminali nella mia cella
a pensarla cos, ma quasi tutti i normali. Ancora
oggi mi chiedo: quali sono gli impulsi normali e quali
quelli anormali? Esiste una fame normale e anormale?
Una sete normale e una anormale? Ma non  la fame
semplicemente fame e la sete sete? Com' ipocrita e
illogico il modo di pensare che  alla base di questa
distinzione.
Dopo solo due settimane fui processato: la giustizia
dimostr un'insolita sollecitudine nell'occuparsi
del mio caso. Secondo il Paragrafo 175 della
legislazione tedesca, adottato anche in Austria, fui
condannato da un tribunale austriaco a sei mesi di
carcere, per presunte pratiche omosessuali ripetute.
La pena fu inasprita con un giorno di digiuno al mese.
Il procedimento contro l'altro imputato, il mio
amico Fred, venne sospeso per incapacit di intendere
e di volere: non fu data una spiegazione del perch il
secondo imputato fosse stato considerato incapace di
intendere e di volere e il procedimento sospeso, ma
dall'atteggiamento del giudice si capiva chiaramente
che era a disagio nel leggere quella sentenza.
D'altronde nel Terzo Reich anche i giudici dovevano
piegarsi alla ragion di stato nazionalsocialista.
In questo caso un potere superiore aveva
messo il suo zampino in quella faccenda, influenzando
il procedimento. Probabilmente il padre di Fred,
un papavero del regime, si era fatto valere, riuscendo
cos a evitare al figlio l'imputazione. Anche in seguito
dovetti rendermi conto che questo potere continuava
a perseguitarmi anche dopo il periodo di detenzione:
una volta tornato in libert, la gente veniva
comunque a sapere che il figlio di un alto funzionario
di stato e del partito nazionalsocialista era omosessuale
e coinvolto in una vicenda di omosessualit. Fu
cos che capii anche perch era intervenuta la Gestapo
per un'innocua vicenda come quella. Non seppi
mai se anche Fred fosse stato interrogato dalla Gestapo e non lo vidi mai neppure durante il processo;
perfino in tribunale si parl sempre genericamente di
un coimputato, senza mai citarne il nome. Da allora
lo persi di vista. Nonostante alcune ricerche che feci
dopo il 1945, di lui non seppi pi nulla, nemmeno se
era ancora vivo. Pare che suo padre si sia suicidato
nel 1945.
Per scontare la mia condanna venni affidato al
primo tribunale di Vienna. Anche qui mi sottoposero
alla stessa procedura della perquisizione come nella
cella di sicurezza, dopo di che mi trasferirono in una
cella d'isolamento. Dopo solo due giorni mi assegnarono
al servizio di lavoro nel mio piano, divenni un
faci (da factotum) che nel gergo carcerario designava
il detenuto che assisteva i secondini. Tutti i giorni
dovevo servire i tre pasti ai detenuti del mio piano,
andando di cella in cella, naturalmente accompagnato
da un secondino; una volta alla settimana raccoglievo
le camicie dei detenuti e distribuivo quelle pulite, e
una volta al mattino e una al pomeriggio dovevo lavare
il corridoio del nostro piano. Inoltre ero sempre a
disposizione dei secondini (non sessualmente) e dovevo
accollarmi anche i loro lavori.
Poter lavorare alleviava notevolmente la mia
vita in carcere. Eravamo in tre a svolgere le mansioni
di faci e occupavamo una cella che veniva chiusa
solo dopo le diciotto e che restava aperta per tutto il
giorno fin dalle cinque della mattina. Ma anche con
la porta aperta potevamo uscire nel corridoio solo per
lavorare. Nel corso del mio lavoro venni a contatto
con molti detenuti, cos feci da tramite per alcuni
messaggi segreti da una cella all'altra. Portai l'ultimo
pasto a diversi assassini o ad altri condannati a morte:
in genere si trattava di una cotoletta con patate
lesse, segno che la persona che la riceveva sarebbe
stata impiccata o decapitata alle quattro del mattino
seguente. Portai quest'ultimo pasto anche ad alcuni
detenuti politici, membri della resistenza contro il regime
nazista.
Pi tardi, nel campo di concentramento, venni
a sapere da alcuni nuovi internati che i nazisti avevano
abolito anche questo gesto di umanit.
Attraverso i numerosi contatti con i detenuti
politici, gli ebrei, i criminali comuni e i miei compagni
di sventura imparai molto sulla miseria e le sofferenze
dei singoli (che fino a quel momento ignoravo):
questo mi rese pi maturo e pi forte e mi aiut a
sopportare i tormenti nel lager.
Tuttavia, devo dire che nel carcere del primo
tribunale di Vienna venivamo trattati in modo assolutamente
umano: certo, i secondini provvedevano a
mantenere l'ordine con energica fermezza, ma spesso
avevano anche una parola gentile per noi detenuti.
Durante i sei mesi di detenzione non ho mai saputo o
notato che uno di loro abbia picchiato un detenuto.
Scontata la mia condanna, avrei dovuto essere
rilasciato, invece quel giorno mi dissero che in base
a un ordine dell'ufficio principale per la sicurezza del
Reich dovevo essere di nuovo arrestato per ragioni
di sicurezza. Fui nuovamente trasferito alla Lisetta,
per poi essere tradotto in un campo di concentramento
assieme ad altri detenuti.
Fu un colpo terribile per me, perch sapevo da
altri detenuti tornati in carcere a Vienna per un processo
che nei campi di concentramento i finocchi
come me, cos come gli ebrei, venivano torturati e
presumibilmente ben pochi di loro sarebbero ritornati.
Ma allora non potevo o non volevo credere a
queste voci: pensavo che si trattasse di esagerazioni
e di descrizioni eccessivamente lugubri, fatte al fine
di inquietarmi. Purtroppo si sarebbero rivelate vere.
Del resto, cosa avevo fatto per dover espiare
a quel modo? Ero cos depravato, un cos pericoloso
sovversivo? Avevo amato un amico, un uomo, non
un minorenne, ma un adulto di ventiquattro anni!
Non riuscivo a trovare in ci niente di terribile o di
immorale.
Che razza di persona pretende di ordinare a un
uomo adulto come e chi pu amare? Non sono sempre
dei legislatori dalla sessualit repressa e afflitti da
complessi d'inferiorit quanti reclamano a gran voce
il rispetto del comune senso del pudore?
 
CAPITOLO 2.
L'ARRIVO A SACHSENHAUSEN-ORANIEMBURG.

A met gennaio del 1940 il gruppo che doveva
essere trasferito nel campo di concentramento era
completo. Di notte, circa quaranta di noi vennero
ammassati in un furgone cellulare e quindi, in una
delle stazioni merci di Vienna, caricati su un treno
gi pronto allo scopo. Il treno era costituito per
lo pi da vagoni bestiame con finestrelle dalle ftte
sbarre, e da cosiddetti vagoni cellulari, vagoni bestiame
suddivisi in cinque o sei celle, sempre munite
di inferriate, destinate ai detenuti per i reati pi
gravi.
Mi infilarono in una di queste celle assieme
ad altri due ragazzi pi o meno della mia stessa et,
con cui trascorsi tutto il viaggio, che dur tredici
giorni e tocc Salisburgo, Monaco, Francoforte,
Lipsia e infine Berlino-Oraniemburg. Ogni sera ci
facevano scendere dal treno e ci portavano in un
carcere per la notte, a volte in camion, ma spesso
a piedi: in quest'ultimo caso ci legavano a lunghe
catene pesanti e dovevamo fare il percorso cos. Le
nostre catene sferragliavano, come se fossimo degli
schiavi, e i passanti ci fissavano impauriti, spesso
commiserandoci.
Ogni cella nei vagoni cellulari aveva posto a
sufficienza per una sola persona ed era fornita di un
tavolino e di una panca ribaltabili: questo era tutto
l'arredamento. Non c'era n una brocca d'acqua n
un bugliolo. Il cibo ci veniva dato solo la sera nel
carcere dove pernottavamo, oltre a un pezzo di pane
abbastanza grosso che potevamo portare in viaggio
con noi. Anche i nostri bisogni potevamo farli solo
di notte nel carcere, se volevamo che la cella restasse
pulita.
Come emerse gi dal primo giorno di viaggio, i
miei giovani compagni di cella erano entrambi condannati
a morte per omicidio a scopo di rapina. N
a loro n a me risultava chiaro perch fossero stati
inclusi nel trasporto per il campo di concentramento.
I due avevano un atteggiamento noncurante e, con
un certo orgoglio da furfanti, raccontavano i particolari
del loro gesto orribile. In loro compagnia mi
sentivo molto a disagio, ma cosa potevo fare? Erano
riusciti subito a sapere che ero uno di quelli del 175,
uno sporco finocchio, come mi chiamarono da quel
momento. Anche loro parlavano degli omosessuali in
tono sprezzante e risentito, e non sembravano considerare
i loro crimini come qualcosa che li aveva relegati
ai margini della societ. Si limitavano a sottolineare
espressamente che erano uomini normali.
Ora, la giornata era lunga e il personale di sorveglianza
accompagnava i detenuti solo nel primo e
nell'ultimo vagone, quindi restavamo da soli durante
tutto il viaggio. Cos, dato che si annoiavano, i due
decisero di volersi divertire un po': dal momento che
non mi volevo prestare di spontanea volont, a botte
e a schiaffi mi costrinsero a turno a succhiare il loro
sesso, che mi spinsero in bocca. Mi costringevano a
farlo pi volte al giorno.
Secondo loro, in quanto uno sporco finocchio,
la cosa avrebbe dovuto darmi altrettanto piacere
e divertimento quanto ne dava a loro. Ero disgustato
a tal punto da vomitare e rimasi in balia di quei
due senza alcuna possibilit di reagire. A loro non
passava neanche per la testa che per provare attrazione
sessuale  necessaria una disponibilit interiore e
un desiderio di contatto - anche per un omosessuale:
ci che importava era solamente il loro piacere. Continuavano
a dire oscenit e insulti su di me e su quei
maiali di finocchi.
Arrivati a destinazione fummo caricati su dei
camion dai teloni abbassati e condotti nel campo di
Sachsenhausen.
Per poter rendere pi chiare le mie successive
esperienze nel campo di concentramento,  indispensabile
descriverne l'organizzazione e la sua struttura
interna ed esterna. Quasi ogni campo aveva tre diversi
settori. Quello dei detenuti consisteva in un gran
numero di baracche di legno, radunate a gruppi detti
blocchi, divisi da strade larghe, su cui si affacciavano
un edificio per le cucine, la lavanderia, l'infermeria
per i detenuti e altri impianti necessari al funzionamento
del campo, come ad esempio l'obitorio
e il crematorio. Il luogo pi importante era il grande
piazzale dell'appello, dove di solito avevano luogo le
azioni pi efferate delle SS; su un lato si trovava l'entrata
del campo, affiancata da alcuni edifici: in quello
detto il bunker si trovavano le celle d'isolamento,
mentre nell'altro c'erano gli uffici della direzione
del campo e le stanze delle sentinelle delle SS. Tutto
il settore dei detenuti era circondato da un reticolato
di filo spinato alto pi di tre metri, che in alcuni
campi di concentramento era oltretutto ad alta tensione.
Al di fuori del reticolato, a distanza regolare,
c'erano molte torri di guardia dotate di mitragliatrici
e costantemente occupate da sentinelle. L'ingresso
aveva una struttura a torre con un balcone circolare
anch'esso fornito di mitragliatrici e da cui si poteva
controllare l'intero settore dei detenuti.
All'esterno si trovava il settore del comando,
che comprendeva i diversi edifici amministrativi con
gli uffici, le caserme dei battaglioni delle SS, il circolo
per gli ufficiali e sottufficiali e spesso anche un
maneggio coperto a cui si aggiungevano altri edifici e
impianti, come le serre, allevamenti di pollame ecc.
Il terzo settore era costituito dalle abitazioni
delle SS, situate molto pi lontano dai due settori
precedenti, in luoghi pi belli rispetto a dove vivevano
i detenuti. Erano case monofamiliari assai graziose
in cui vivevano gli ufficiali e i sottufficiali con le loro
famiglie, quando non dovevano risiedere nel settore
del comando.
Ogni blocco era diviso in due bracci (a destra
quello A, a sinistra quello B) con al centro il lavatoio
e i gabinetti. Ogni braccio a sua volta era composto
da un dormitorio e da una sala. I dormitori erano allestiti
con brande a castello su tre piani e ciascuno di
essi ospitava dai centocinquanta ai trecento detenuti.
Nello scarso tempo libero disponibile, un detenuto
aveva il permesso di entrare solo nella sala,
mentre la permanenza nel dormitorio durante il giorno
era severamente proibita. La sala era arredata con
tavoli, panche e alcuni scaffali suddivisi in scomparti
dove ogni detenuto doveva conservare i suoi pochi
averi e le sue stoviglie.
Tutti i campi di concentramento avevano le
proprie SS e i propri battaglioni di guardia: le prime
erano responsabili del suo funzionamento interno; i
secondi provvedevano al servizio di sentinella all'esterno
del reticolato, sorvegliavano il settore dalle
torri di guardia e dalla torre d'ingresso e perlustravano
palmo a palmo i dintorni del campo con apposite
pattuglie.
La posizione pi importante era ricoperta dal
Lagerkommandant con i suoi aiutanti e l'alto direttore
amministrativo. Suoi subordinati erano i Lagerfhrer,
per lo pi due, che comandavano direttamente sui
detenuti, erano i veri e propri padroni del campo ed
esercitavano un potere illimitato nel settore dei detenuti.
Sotto di loro stavano i due Rapportfhrer, con
il compito di riportare al Lagerfhrer le faccende dei
detenuti e gestire schedari e documenti. Ai Rapportfhrer erano subordinati a loro volta i Blockfhrer,
che avevano un potere ugualmente illimitato sui detenuti
del loro blocco e, nonostante fossero responsabili
di fronte ai Rapportfhrer, non venivano mai
ostacolati quando ci brutalizzavano e massacravano.
Al contrario, era lo stesso comando a istigarli perch
si comportassero sempre pi duramente, e si distinguevano
per la crudelt. Dello stesso livello gerarchico
dei Blockfhrer, gli Arbeitskommandofhrer avevano
il controllo sulle squadre di lavoro. I Blockfhrer
e gli Arbeitskommandofhrer erano tutti sottufficiali,
mentre i Rapportfhrer e i Lagerfhrer erano ufficiali,
quindi dal grado di sottotenente in su.
Le forze ausiliarie per la gestione del campo venivano
scelte tra i detenuti, tra i quali le SS nominavano
un anziano con funzioni direttive. Questi era
a capo dei detenuti e svolgeva un ruolo di rappresentante
responsabile nei confronti della direzione del
campo. Si trattava di un ruolo estremamente pericoloso,
che richiedeva molto coraggio e capacit di
mediazione, ma spesso gli anziani erano solo burattini
in mano alla direzione. La richiesta di una qualche
concessione o di un'intercessione di troppo a favore
dei detenuti cost la vita a molti di loro.
La fureria dei detenuti, affidata al controllo del
pi anziano, era sotto il controllo del Rapportfhrer e
veniva gestita esclusivamente dai detenuti. Si occupava
del funzionamento interno, come ad esempio la
composizione delle squadre di lavoro, la distribuzione
delle vettovaglie, la preparazione dell'appello e altre
cose analoghe.
Ogni blocco era diretto da un anziano del blocco
stesso, che doveva rispondere al Blockfhrer di
qualunque cosa succedesse nella zona di sua competenza,
incarico che gli conferiva un notevole potere
sui detenuti. Assieme all'anziano del campo e ai kap
superiori, gli anziani dei singoli blocchi rientravano
nel gruppo dei notabili e ogni detenuto era sottoposto
alla loro autorit. La situazione nel campo era
tale che ogni detenuto aveva su di s due padroni e
aguzzini: gli sgherri delle SS e i signori notabili delle
proprie file.
Gli anziani del blocco nominavano per ogni
braccio da uno a due inservienti per la pulizia della
camerata, che gestivano anche la distribuzione dei
pasti. I kap a loro volta erano detenuti che avevano
il controllo sulle squadre di lavoro e che dovevano
rispondere al loro Arbeitskommandofhrer dello svolgimento
dei lavori assegnati. Sotto di loro c'erano
i capisquadra. Ogni squadra di lavoro di uno stesso
reparto - come il reparto costruzioni, quello addetto
al lavoro nella cava di pietra ecc. - dipendeva da un
Arbeitskommandofhrer e da un kap superiore.
Tutti questi ruoli, dall'anziano fino al kap - a
parte pochissime eccezioni - erano ricoperti esclusivamente
da detenuti dal triangolo rosso o verde, vale a
dire solo da prigionieri politici o da criminali comuni.
Questi ultimi in particolar modo sfruttavano e abusavano
ampiamente del proprio potere. Tra le loro file si
diffuse la corruzione e un atteggiamento tirannico nei
confronti degli altri detenuti e, quanto a brutalit, non
erano certo da meno delle SS, soprattutto quando si
trattava di noi detenuti con il triangolo rosa.
Come distintivo per le loro funzioni, gli ausiliari
portavano al braccio una fascetta nera con l'abbreviazione
in bianco del loro ruolo gerarchico: ad
esempio, La per l'anziano del campo, Ba per l'anziano
del blocco.
A seconda del reato commesso o della loro
provenienza, i detenuti erano contrassegnati con un
triangolo di stoffa colorata, messo di punta con al di
sotto il numero identificativo del prigioniero. Il triangolo
era grande circa cinque centimetri e veniva cucito
all'altezza del petto sul lato sinistro della giacca e
del cappotto e su quello destro dei pantaloni.
I colori dei triangoli erano: giallo per gli ebrei,
nero per gli asociali, rosso per i prigionieri politici,
lilla per i Testimoni di Geova, verde per i criminali
comuni, azzurro per gli emigrati, rosa per gli omosessuali,
marrone per gli zingari. I triangoli rosa erano
per pi grandi degli altri di circa due o tre centimetri:
dovevamo essere riconoscibili come finocchi
anche da lontano.
Gli ebrei, gli omosessuali e gli zingari - cio i
triangoli gialli, rosa e marrone - pi spesso e pi intensamente
erano vittime delle sevizie e delle botte
delle SS e dei kap. Venivano definiti la feccia dell'umanit,
si diceva loro che non avevano alcun diritto
di vivere sul suolo tedesco e che dovevano essere sterminati:
queste erano le parole che il Lagerkommandant
e i suoi aiutanti ripetevano spesso e volentieri.
Ma in assoluto, la feccia pi lurida eravamo noi, gli
uomini con il triangolo rosa.
Non appena ci scaricarono sul piazzale dell'appello,
grande e spazioso, alcuni sottufficiali delle SS si
gettarono su di noi e ci picchiarono con i manganelli.
Dopodich ci ordinarono di metterci in fila per cinque
e ci volle un bel po' di tempo perch, terrorizzati da
tanti colpi e ingiurie, riuscissimo a disporci come volevano.
Venimmo poi chiamati uno per uno: dovevamo
farci avanti, ripetere il nostro nome e dichiarare il nostro
reato, per poi essere assegnati ai vari Blockfhrer.
Quando fu il mio turno, feci un passo avanti,
dissi il mio nome e dichiarai come reato il Paragrafo
175. Al grido di: Frocio di merda, alza le chiappe,
rottinculo!, mi diedero alcuni calci nella schiena e
nel sedere e mi spinsero verso il sergente che controllava
il mio blocco.
Per prima cosa questi mi diede due ceffoni che
mi fecero cadere a terra. Mi rimisi in piedi e dovetti
mettermi sull'attenti davanti a lui, solo per ricevere
una violentissima ginocchiata sui testicoli che mi
fece accasciare. Immediatamente alcuni detenuti che
lavoravano l nei pressi gridarono: Alzati, presto, alzati,
altrimenti ti massacra di calci!. Mi rialzai, con
il viso contratto-dal dolore. Il mio Blockfhrer sogghign
e mi disse: Questo  per darti il benvenuto,
lurido porco viennese, perch tu sappia chi  il tuo
Blockfhrer.
Quando infine il gruppo dei nuovi internati
venne suddiviso, furono assegnati al blocco dei
triangoli rosa circa venti detenuti. A passo di corsa,
interrotto da comandi del tipo: Stendersi, alzarsi,
stendersi, alzarsi! e cos via, il nostro Blockfhrer e
alcuni dei suoi aiutanti ci spinsero fino al nostro blocco.
Una volta l, dovemmo rimetterci in fila per tre
e spogliarci: ci dissero di mettere i nostri abiti a terra
davanti a noi, con sopra scarpe e calze, e di aspettare,
aspettare, aspettare.
Era gennaio e la temperatura era di alcuni gradi
sottozero, nel campo soffiava un vento gelido: ci
nonostante, ci lasciarono nudi e scalzi ad aspettare
in piedi sul terreno ricoperto di neve. Un caporale
con un cappotto invernale dal collo di pelliccia pass
tra di noi picchiandoci violentemente con un nerbo
di bue sulla testa e sulla schiena e urlando: Cos vi
riscaldate un po', froci di merda!(1). Poi con i suoi
pesanti stivali calpest le dita dei piedi di alcuni detenuti,
facendoli urlare di dolore. Chi si azzardava a
lamentarsi si prendeva subito una manganellata nello
stomaco da farlo ammutolire. Quasi sudando per il
tanto picchiare e andare su e gi, sbott: Voi froci
resterete qui in piedi finch non sarete congelati.
Dopo un periodo terribilmente lungo, potemmo
marciare verso i bagni, sempre nudi e scalzi. I nostri
vestiti, che prima erano stati contrassegnati da
un biglietto con i nostri nomi, restarono l per terra
e al nostro ritorno erano gi spariti. Ci ordinarono di
farci la doccia con il sapone e l'acqua gelida: alcuni
appena arrivati crollarono per il freddo e la stanchezza.
Solo quando giunse il medico del campo che ci
concesse l'acqua calda, potemmo riscaldarci un po'.
Dopo la doccia fummo condotti in una stanza attigua,
dove ci rasarono i capelli e i peli, anche quelli pubici.
Sempre nudi, ci portarono nel magazzino del
vestiario, dove ci diedero la biancheria e ci adattarono
la divisa: in pratica gettarono casualmente
a ognuno degli indumenti, senza curarsi delle misure
della persona o del capo. I pantaloni che mi diedero
erano troppo corti e terminavano sotto il polpaccio;
la giacca era troppo stretta e aveva maniche troppo
corte; solamente il cappotto mi andava bene, ma per
puro caso. Ad alcuni dei nuovi furono gettate scarpe
troppo grandi e che puzzavano di sudore, ma che
avevano la suola di cuoio, migliore di quella di legno
per camminare. Per quel che riguardava il vestiario
potevo dirmi quasi fortunato.
Davanti al nostro blocco ci ordinarono di rimetterci
in fila e dovemmo sorbirci la predica del
nostro Lagerfhrer sul regolamento interno. Il nostro
blocco era occupato esclusivamente da omosessuali
e ogni ala aveva circa duecentocinquanta detenuti.
Potevamo dormire solo in camicia da notte e con le
mani fuori dalle coperte, perch: Voi brutti froci siete
sempre arrapati.
Bisogna tener presente che le finestre erano
ricoperte da uno spesso strato di ghiaccio. Per punizione,
chi veniva sorpreso a letto in mutande o con
le mani sotto le coperte - quasi ogni notte avvenivano
dei controlli - veniva portato all'aperto, dove
gli rovesciavano addosso alcuni secchi d'acqua, per
poi lasciarlo l in piedi per un'ora buona. Ben pochi
sopravvivevano a questa punizione, come minimo
uno si prendeva la polmonite e se veniva mandato in
infermeria quasi mai ne usciva vivo. Infatti noi triangoli
rosa eravamo le cavie preferite per gli esperimenti
medici, la maggior parte dei quali aveva un esito
mortale. Per questo motivo evitavo scrupolosamente
di violare il regolamento.
L'anziano del nostro blocco e i suoi aiutanti erano
verdi, cio criminali, e ne avevano tutto l'aspetto
e il comportamento. Brutali e privi di scrupoli nei nostri
confronti, pensavano sempre solo ai loro interessi e
noi li temevamo quanto gli uomini delle SS.
Un omosessuale non poteva ricoprire un ruolo o svolgere una funzione, o per lo meno questa era
la regola a Sachsenhausen. Inoltre, non potevamo
scambiare nemmeno una parola con i detenuti degli
altri blocchi e con un altro triangolo: questo per
evitare, come ci dissero, che potessimo traviarli, inducendoli
a pratiche omosessuali. In realt, nei blocchi
in cui non c'erano detenuti con il triangolo rosa,
c'era molto pi movimento che da noi.
Ci era proibito avvicinarci agli altri blocchi pi
di cinque metri, e chi veniva sorpreso si buscava da
quindici a venti bastonate, ma anche nel nostro blocco
non potevano entrare detenuti con il triangolo d'un
altro colore. Dovevamo restare isolati, destinati a essere
i pi dannati tra i dannati, la cosiddetta feccia
omosessuale del lager, destinata all'annientamento e
sottoposta a tutte le sevizie delle SS e dei kap.
La giornata iniziava di regola con la sveglia
alle sei, d'estate alle cinque, e in una mezz'ora scarsa
ci si doveva lavare, vestire e rifare il letto come in
caserma. Chi aveva ancora un po' di tempo poteva
fare colazione, cio trangugiare velocemente la zuppa
acquosa di farina tiepida e mangiare il suo pezzo
di pane. Poi si usciva in fila per otto fino al piazzale,
dove aveva luogo l'appello mattutino.
Seguiva poi il lavoro, d'inverno dalle sette e
mezza fino alle diciassette e d'estate dalle sette alle
venti, con una pausa di mezz'ora a mezzogiorno sul
posto di lavoro. A fine giornata si tornava nel campo
e dovevamo immediatamente metterci in fila per
l'appello serale.
Ogni blocco marciava a file serrate fino al posto
che gli era stato assegnato nel piazzale. L'appello mattutino
era pi breve di quello tanto temuto della sera,
perch venivano solo contati i membri del blocco,
cosa che durava circa un'ora, dopodich risuonava
l'ordine: Brigate di lavoro in marcia!.
A tutti gli appelli dovevano essere presenti
anche coloro che nel frattempo erano deceduti: ci
significa che prima i loro cadaveri venivano stesi a
un'estremit della fila di ogni blocco e contati assieme
agli altri prigionieri. Solo dopo l'appello - dopo lo
storno fatto dal Rapportfhrer - i cadaveri venivano
portati all'obitorio e quindi cremati. Anche i detenuti
che non erano in grado di camminare dovevano
presenziare all'appello: capitava spesso di dover sostenere
o trascinare di peso un nostro compagno che
poche ore prima era stato massacrato di botte, o altri
detenuti semiassiderati e febbricitanti. L'assenza di un
uomo dal nostro blocco avrebbe provocato molti pestaggi
e quindi altri morti.
Noi che eravamo appena arrivati fummo destinati
al lavoro nel settore interno e dovevamo provvedere
a tenere pulita l'area attorno al blocco. Almeno
questo fu ci che ci disse il nostro Arbeitskommandofhrer:
in realt, l'obiettivo era quello di annientare,
con lavori insensati ma molto pesanti, anche la
minima briciola di resistenza nei nuovi detenuti e di
distruggere quel poco di dignit umana che ancora
ci rimaneva. Questo lavoro si protraeva finch una
nuova truppa di detenuti con il triangolo rosa veniva
internata nel nostro blocco e quindi ci sostituiva.
Il nostro lavoro era il seguente: al mattino dovevamo
trasportare la neve davanti al nostro blocco
dal lato sinistro della strada a quello destro, mentre
al pomeriggio dovevamo riportare la stessa neve dal
lato destro a quello sinistro. Non potevamo svolgere
il lavoro utilizzando carriole e badili, perch sarebbe
stato fin troppo semplice per noi froci. No, i signori
delle SS avevano avuto un'idea migliore: dovevamo
indossare il nostro cappotto alla rovescia, allacciandolo
sulla schiena, e tirando su i lembi dovevamo
trasportare la neve in grembo. Tutto a mani nude,
dato che non avevamo guanti. Lavoravamo a coppie
e ciascuno trasportava la neve o la caricava a mano
per venti volte. Questo fino a sera, e sempre di corsa!
Dur sei giorni questa tortura fisica e psichica,
questa corve insensata, finch nel nostro blocco
non arrivarono a sostituirci nuovi detenuti con il
triangolo rosa. Le nostre mani erano completamente
escoriate dal gelo e dalla neve e quasi congelate e noi
eravamo ormai diventati schiavi ottusi e indifferenti
delle SS. Da alcuni detenuti del nostro blocco che
erano l da diverso tempo venni a sapere che d'estate
i nuovi arrivati dovevano fare lo stesso lavoro con
terra e sabbia.
All'ingresso del campo troneggiava a grandi
lettere il significativo motto nazista: Il lavoro rende
liberi!.

 Note.
1. Il termine slang utilizzato in tedesco per omosessuale  warmer Bruder, letteralmente fratello caldo, il che permette tutta una serie di sarcasmi riferiti al freddo pungente [NdT].


CAPITOLO 3.
SACHSENHAUSEN:
IL CAMPO DELLE TORTURE E DELLE SEVIZIE.

Dopo l'assurdo lavoro con la neve, il nostro
gruppo fu inserito nella squadra di lavoro addetta alla
cava d'argilla della fornace Klinker: ribattezzata da
noi detenuti cava della morte, era tanto nota quanto
temuta in tutti gli altri campi di concentramento
come la pi terribile fabbrica di annientamento umano
e, fino al 1942, fu l'Auschwitz degli omosessuali.
Infatti solo gli omosessuali erano destinati alla
cava d'argilla, dove venivano costretti a condizioni
di lavoro disumane e seviziati fino alla morte. In migliaia
vi terminarono la loro vita tormentata, vittime
di un meccanismo d'annientamento diretto e programmato
dalla Germania hitleriana, ma fino a oggi
non c' stato ancora nessuno che abbia denunciato o
deplorato tutto ci, o che abbia reso omaggio alle vittime.
Probabilmente ancora oggi non  di buon gusto
parlare degli internati crepati nei lager, soprattutto se
si tratta di omosessuali.
Il lavoro nella cava d'argilla era uno dei pi pesanti
che ci si possa immaginare e veniva svolto sia
d'estate con il caldo soffocante, sia d'inverno con un
gelo pungente e la neve alta.
Tutti i giorni bisognava trasportare un certo
numero di carrelli d'argilla fino alle macchine per la
fabbricazione dei mattoni e alle fornaci, in modo che
ci fosse sempre materiale a sufficienza e la produzione
non si interrompesse. Dato che la cava era situata
molto in basso rispetto alle fornaci, il percorso da fare
spingendo a mano sui binari i carrelli pieni era lungo
e ripido: un vero e proprio calvario per i prigionieri
sfiniti e mezzi morti di fame.
I kap, che dovevano controllare il nostro lavoro,
avevano ricevuto dal comando del campo l'ordine
tassativo di far in modo che, a ogni costo, la quantit
d'argilla prevista fosse fatta pervenire a tempo debito.
I kap abusavano di questo potere sui detenuti
in modo sadico, anche perch erano stati minacciati
dalle SS di venire destituiti e assegnati alla stessa
squadra se il lavoro previsto non veniva svolto. Ci
si pu quindi immaginare la brutalit con cui trattavano
i loro sottoposti, per non finire essi stessi nella
condizione di paria.
Cinque o sei detenuti muniti di badili caricavano
l'argilla sui carrelli, che poi altri gruppi provvedevano
a spingere su per la salita: il tutto accompagnato
quasi ininterrottamente dalle bastonate dei kap
e delle SS. Cos era inevitabile che quasi quotidianamente
alcuni prigionieri si autoprovocassero incidenti,
facendosi troncare le dita, spesso addirittura le
mani o i piedi, pur di sfuggire a quell'inferno. Ma tutti
questi autolesionisti non uscivano vivi dall'infermeria,
ma andavano a rimpinguare il flusso ininterrotto
di cavie umane per la ricerca medica.
Capitava spesso che ai detenuti venissero meno
le forze mentre spingevano un carrello carico, che
quindi sfuggiva loro di mano per precipitare verso la
cava e, se non veniva fermato in tempo, contro quelloseguente: molti prigionieri erano cos apatici che
nemmeno si scostavano e di frequente si vedevano
corpi scaraventati per aria, arti maciullati e schiacciati.
E i detenuti superstiti si prendevano altre bastonate.
Cos la cava d'argilla aveva le sue vittime
quotidiane, morte per incidente o sfinimento. Faceva
onore al suo nome, la cava della morte di Klinker.
Nella mia camerata, occupata da oltre centottanta
persone, si potevano trovare le professioni pi
varie Dal manovale al fattorino, dall'operaio specializzato
all'artigiano, dal musicista all'artista, dal professore
universitario al sacerdote fino al proprietario
terriero di famiglia nobile. Fino al giorno del loro
internamento erano tutte persone che conducevano
una vita come gli altri, molti di loro erano stati addirittura
stimati cittadini mai entrati in contrasto con
la legge ma che avevano l'unico difetto di essere omosessuali.
Tutte queste persone, altrimenti rispettabili,
erano state rinchiuse a forza in questo crogiolo della
vergogna e della sofferenza, nel blocco frocio del
lager, per essere annientate con lavori pesantissimi,
la fame e le torture. Tra loro non c'erano corruttori di
minori, cio omosessuali che avevano avuto rapporti
con bambini o ragazzi: questo tipo di detenuti doveva
portare il triangolo verde. E noi, uomini dal triangolo
rosa, eravamo davvero dei criminali, dei depravati,
degenerati che arrecavano danno alla comunit?
Uno dei miei compagni di prigionia, che nonostante
il viso emaciato e il corpo deperito aveva
ancora l'aspetto dell'intellettuale, era anche ebreo:
sotto al triangolo rosa portava quello giallo, a formare
la stella di David, il che gli procurava il doppio
delle angherie da parte delle SS e dei kap verdi. Era
di Berlino, aveva venticinque anni e proveniva da
una famiglia molto benestante. Era figlio unico e i
suoi genitori erano stati eliminati gi da tempo in un
qualche campo, dopo aver acconsentito a che il loro
patrimonio in Germania venisse incamerato dal
Reich. Era stata una farsa, in quanto i nazisti avrebbero
comunque sequestrato i loro beni.
Ci nonostante al figlio era rimasto un patrimonio
ancora rilevante in Svizzera e in Portogallo, a cui
si erano aggiunti altri beni ereditati successivamente
- patrimonio che era disposto a sacrificare cedendolo
al Reich in cambio della libert di lasciare la Germania.
Ma l'amministratore della sua eredit, residente
in Svizzera, voleva consegnare a lui personalmente, a
Zurigo, i conti bancari e l'eredit, nonostante numerosi
funzionari del Reich si prodigassero per incamerare
il patrimonio. Il notaio conosceva i suoi polli e
si rifiut fermamente di consentire a un trasferimento
in Germania a favore del suo cliente, finch restava
nel campo di concentramento. Cos la sua richiesta era
sempre: prima il permesso d'espatrio, poi i soldi.
Probabilmente il nostro Blockfhrer aveva avuto
sentore di queste trattative e sapeva che il suo
ebreo omosessuale possedeva un enorme patrimonio
all'estero. Dopo l'appello serale, durante una delle rarissime
pause per i detenuti, ma molto spesso anche
di notte, veniva a prendersi il suo ebreo e per una
o due ore lo faceva strisciare carponi sulla neve o gli
faceva fare decine e decine di flessioni in camicia da
notte al freddo, finch il poveretto crollava.
Allora il Blockfhrer lo rialzava e cercava di
convincerlo a intestargli una parte del patrimonio,
chiedendogli di far confermare questo lascito anche
dal suo notaio svizzero. Se lo avesse fatto, lo avrebbe
lasciato in pace e lo avrebbe assegnato a un servizio
leggero all'interno del blocco. Ma il mio compagno di
prigionia non accett mai questa proposta e cos continu
a subire quelle torture. Non posso firmare, se
lo faccio mi ammazza, perch non possa essere testimone
del suo ricatto, mi disse un giorno, ma finch
avny la speranza che potrei dargli il mio consenso mi
lascer vivere. E io voglio continuare a vivere!.
Per due intere settimane dovette sopportare ancora
i tormenti del Blockfhrer. Spesso perdeva i sensi
e ormai era ridotto a un rottame, ma continuava a
rifiutarsi ostinatamente di firmare un documento che
lo avrebbe condotto inevitabilmente alla morte. Un
bel giorno le sue sofferenze finirono: un commando
della Gestapo lo prelev e lo port via. Le trattative
del notaio avevano avuto successo, cosa questa che
non rimprovero minimamente al mio compagno di
sventure, e lo scambio aveva avuto luogo. I difensori
della razza a Berlino si saranno detti che i soldi non
puzzano, anche quelli ebrei, e anche quelli dei froci.
Nonostante le molte perdite dovute ai decessi
o alle automutilazioni nella cava d'argilla, il numero
dei detenuti nel nostro blocco aumentava. Quasi ogni
settimana nel nostro campo arrivavano nuovi gruppi
di deportati e ogni volta tra loro c'erano anche molti
omosessuali assegnati al nostro blocco. Stranamente
i nuovi arrivi erano per la maggior parte di austriaci
e tedeschi dei Sudeti: probabilmente in queste nuove
province tedesche erano in corso operazioni che
dovevano liberarle dalla presenza di noi degenerati.
Verso la fine di febbraio del 1940, tra i nuovi
arrivi nel nostro blocco ci fu anche un pastore, un
uomo di circa sessant'anni, alto e dall'espressione del
viso molto spirituale. Pi tardi venni a sapere che
proveniva da una nobile famiglia tedesco-boema ed
era originario dei Sudeti.
Il supplizio dell'assegnazione della divisa e le
solite torture ebbero su di lui un effetto particolarmente
devastante, soprattutto la lunga attesa davanti
al blocco, nudo e scalzo. Dopo il bagno, al momento
della rasatura, quando scoprirono la sua tonsura,
l'ufficiale delle SS addetto al reparto si fece portare
un rasoio e disse: Adesso ci penso io a lucidare per
bene la zucca di questo prete frocio. E inizi a radere
i capelli del pastore, senza preoccuparsi troppo di evitare
di ferirlo. Con il capo completamente escoriato e
sanguinante, il pastore torn alla sala del nostro blocco.
Il suo viso era terreo e fissava sgomento il vuoto
davanti a s. Si sedette su una panca, raccolse le mani
in grembo e disse a bassa voce, tra s e s: Nonostante
tutto l'uomo  buono, perch  una creatura di Dio!.
Non tutti lo sono, ribattei io, che gli ero seduto
di fianco, a voce bassa ma con tono deciso, ci
sono anche belve dalle sembianze umane che devono
essere state create dal diavolo.
Il pastore non bad alla mia risposta, stava pregando,
in silenzio, muovendo solo le labbra. Ero molto
scosso, sebbene fossi gi divenuto insensibile per la
sofferenza che avevo visto e provato: avevo sempre
avuto un grande rispetto dei sacerdoti, cos mi colp
profondamente la sua preghiera silenziosa, il suo
grido muto a Dio, al quale chiedeva aiuto e forza per
sopportare la sofferenza fisica e spirituale.
Il nostro incaricato alle pulizie della camerata,
un verde disgustoso e brutale, and a riferire alle SS
la preghiera del pastore. A un certo punto il nostro
Blockfhrer piomb nella baracca con un altro ufficiale,
sollev dalla panca il pastore atterrito e inizi
a percuoterlo e a ricoprirlo di insulti. Il pastore non
reag in alcun modo ai colpi e alle ingiurie e fissava in
volto i suoi aguzzini con gli occhi spalancati e allibiti.
La cosa dovette renderli ancora pi furiosi. A quel
punto misero una panca al centro della sala, ci gettarono
sopra il pastore di schiena e quindi lo legarono
stretto con delle corde. Con i manganelli lo pestarono
su tutto il corpo, sulla pancia, le cosce e i genitali,
eccitandosi e urlando: Adesso ti facciamo passare la
voglia di pregare! Rottinculo!.
Il pastore gemeva e perdeva conoscenza, veniva
fatto rinvenire e di nuovo perdeva i sensi. Infine i due
sadici smisero di picchiarlo e uscirono dalla sala, non
prima per di aver urlato al poveruomo massacrato
sulla panca: Ecco qua, razza di frocio, adesso puoi
pisciare col buco del culo!.
Il pastore emise solo un rantolo. Lo lavammo e
lo mettemmo nel suo letto. Cerc di alzare la mano
ma gli ricadde subito senza forza, la voce gli mor in
gola quando volle dirci grazie. Rest a lungo sulla
sua branda, immobile, a occhi aperti e a ogni movimento
il viso gli si contraeva in una smorfia di dolore.
Mi sembrava di aver assistito a una moderna
crocifissione di Cristo: al posto dei soldati romani le
SS di Hitler, la panca al posto della croce. Il supplizio
e il dolore del redentore non dovevano essere stati
peggiori di quelli che aveva dovuto patire uno dei
suoi rappresentanti in terra, millenovecento anni pi
tardi, l a Sachsenhausen.
Il mattino dopo, quando ci recammo a passo di
marcia sul piazzale per metterci in fila, dovemmo quasi
trascinare il pastore di peso, dato che non si reggeva
in piedi. Quando l'anziano del nostro blocco rifer
il fatto al nostro Blockfhrer, questi url al pastore:
Non puoi stare dritto, rottinculo? Porco che non sei
altro, brutto frocio, avanti, d quello che sei!. Il pastore
avrebbe dovuto ripetere queste ingiurie, ma dalla
sua bocca non usciva alcun suono. In preda all'ira,
l'ufficiale si gett su di lui, alzando il braccio con l'intenzione
di schiaffeggiarlo.
D'un tratto accadde una cosa che tutt'oggi mi
risulta inspiegabile e che allora mi parve un vero miracolo,
quasi un segno di Dio: all'improvviso, dal cielo rannuvolato un raggio di sole illumin proprio il viso del pastore.
Tra le migliaia di detenuti presenti proprio lui e
proprio nel preciso istante in cui sarebbe stato di nuovo
picchiato. Scese un gran silenzio e tutti i presenti
fissarono il cielo come impietriti, colpiti da questo
evento straordinario. Anche il Blockfhrer rivolse al
cielo uno sguardo stupito, lasci cadere lentamente la
mano e, visibilmente impressionato, si mise in silenzio
all'estremit di una fila di detenuti.
Il pastore abbass umilmente il capo, mormorando
con voce tremante: Signore Iddio, ti ringrazio...
So che la mia ora  arrivata....
Venne con noi all'appello serale, ma questa
volta non dovemmo pi sostenerlo: lo disponemmo
all'estremit della fila del nostro blocco, assieme agli
altri detenuti deceduti quel giorno, cos che all'appello
fossimo tutti presenti... non importa se vivi o morti.
Era il mese d'aprile e io vivevo ancora, nonostante il lavoro estenuante nella cava d'argilla. Sebbene
fossi gi notevolmente indebolito fisicamente,
la mia mente era rimasta lucidissima, il che era una
premessa indispensabile se volevo restare in vita e sopravvivere
alle sevizie dei nostri aguzzini.
Un giorno, durante l'appello mattutino, venni
chiamato per essere assegnato a un'altra squadra di
lavoro che doveva costruire un nuovo poligono di
tiro per le SS del campo. Com'ero contento di poter
uscire dalla cava della morte! I pestaggi dei kap, il
dover vedere gli arti maciullati dei miei compagni di
sventura destinati a una morte miserabile: tutto questo
era finito. Finalmente un altro posto di lavoro.
Purtroppo la mia gioia era fuori luogo, e senza
saperlo ero caduto dalla padella nella brace. Anche
in questa nuova squadra lavoravano solo omosessuali,
ogni tanto qualche ebreo, che per la sera non ritornava
vivo nel campo. Dovevamo trasportare delle
carriole di terra e argilla al poligono per creare, dietro
ai bersagli gi collocati, una collinetta che fungesse
da paraproiettili. All'inizio tutto procedeva nella
norma, caricavamo la nostra terra e piano piano il
terrapieno andava formandosi. Ma gi dopo pochi
giorni alcuni uomini delle SS entrarono nel poligono
per svolgere le loro esercitazioni, mentre noi detenuti
dovevamo continuare a scaricare la terra sulla collinetta.
Naturalmente ci rifiutammo di svolgere questa
parte del lavoro durante le esercitazioni, ma con le
botte ci costrinsero a cambiare idea.
Le pallottole sibilavano a pochi centimetri da
noi e molti miei compagni stramazzarono al suolo,
alcuni solo feriti, altri colpiti a morte. Ben presto ci
rendemmo conto che le SS preferivano sparare a noi
piuttosto che ai bersagli e che miravano direttamente
ad alcuni degli scarriolanti. Nella nostra squadra
c'erano ogni giorno morti e feriti. Tutte le mattine
uscivamo per recarci al lavoro carichi di angoscia e
di terrore: non sapevamo a chi sarebbe toccato, ma
eravamo certi che anche quel giorno qualcuno di noi
avrebbe cessato di vivere. Eccoci trasformati in selvaggina
delle SS, che accoglievano con grida di gioia
ogni colpo andato a segno.
Questa squadra di lavoro dur quasi quattordici
giorni e provoc pi di quindici morti tra noi detenuti
con il triangolo rosa, perfino pi di quelle causate
dalla famigerata cava d'argilla, che pure aveva pi lavoratori.
Il diabolico meccanismo di annientamento delle
SS procedeva senza intoppi, eliminando i membri
del nostro blocco per far posto ai continui arrivi di
omosessuali da tutto il Reich e dalle regioni che nel
frattempo erano state occupate. L'ordine del governo
nazista di fare piazza pulita degli omosessuali, dei
degenerati, in tutto il territorio del Reich venne
eseguito dalle SS con una gioia sadica. Non volevano
per annientarci subito: prima di morire dovevamo
subire brutalit, razioni da fame, lavori massacranti,
sevizie tormentose.
Naturalmente, in questo caso, noi uomini con
il triangolo rosa costituivamo per le SS un bel diversivo,
bersagli su cui potevano sparare indisturbati. Per
due giorni lavorai sotto quella pioggia di pallottole,
sopravvivendo per miracolo. Il terzo giorno il kap,
un verde, mi offr di trasferirmi alla squadra che caricava
la terra sulle carriole, se fossi diventato suo amico
e avessi accettato di accontentarlo. In questo caso
non sarei pi stato esposto ai colpi dei fucilieri delle
SS, rischiando ogni giorno la morte sul terrapieno del
poligono di tiro.
Dopo qualche esitazione accettai, poich il mio
istinto di sopravvivenza era pi forte della mia dirittura
morale. Mi condanni pure chi vuol farlo, ma la
vista dei miei compagni di prigionia fucilati e feriti a
morte ebbe su di me un effetto sconvolgente e avevo
paura, una paura terribile: perch mai non avrei dovuto
utilizzare una chance che, pur degradandomi, mi
avrebbe salvato la vita?
Il 15 maggio 1940, durante l'appello mattutino,
molti di noi furono inaspettatamente convocati e assegnati
a un convoglio che nel giro di un'ora li avrebbe
trasferiti in un altro campo di concentramento.
Tra loro c'ero anch'io. Per certi versi mi dispiaceva
dovermene andare, infatti grazie alla relazione
sessuale con il mio kap negli ultimi tempi avevo
condotto una vita quasi tollerabile. Mi passava di
nascosto del cibo in aggiunta alla normale razione e
grazie al suo aiuto mi avevano assegnato solamente
lavori relativamente leggeri e non pericolosi.
Ci congedammo in modo rapido. Ci demmo
la mano, lui disse: Mi dispiace e io lo ringraziai.
Cos terminava una relazione che per entrambi era
stata puramente utilitarista. Salii sul camion con un
senso di inquietudine, ignorando ci che il futuro mi
avrebbe riservato e come mi sarei trovato nel nuovo
campo.
Ma ora mi ero fatto un'idea pi chiara di come
anche in un luogo come quello si poteva salvare la
pelle. Ero ossessionato da un solo pensiero: voglio vivere!
Voglio sopravvivere!
 
CAPITOLO 4.
NEL CAMPO DI FLOSSEMBRG.

Fu solo durante il tragitto che le SS della scorta
ci informarono che ci stavano trasferendo nel campo
di concentramento di Flossenbrg, di cui avevo
gi sentito parlare da altri detenuti a Sachsenhausen.
Stando alle voci, anche l la vita era terribile, e
quindi non potevamo sperare di migliorare la nostra
condizione: sotto questo aspetto i campi erano tutti
uguali.
Flossenbrg si trovava nello Steinpfalz, tra la
Baviera e l'Alto Palatinato, a circa settecento metri
di altitudine nei pressi del confine cecoslovacco. La
citt pi vicina era Weiden. Il campo era situato su
un lieve pendio e non distava molto dalla localit
di Flossenbrg. Sebbene il paesaggio fosse suggestivo,
con i ruderi di una fortezza del quattordicesimo
secolo che si stagliavano pittoreschi sullo sfondo
del villaggio, per migliaia e migliaia di persone Flossenbrg
rester un luogo che malediranno in eterno,
legato a terribili ricordi.
Arrivati a destinazione e scesi dai tre camion
del convoglio, ci stup il fatto di non dover subire
la solita trafila con cui a Sachsenhausen venivano
accolti i nuovi arrivati, vale a dire con urla, ingiurie
e botte. Per lo meno l'arrivo ci sembr pi civile.
Tra gli oltre cento detenuti trasferiti da Sachsenhausen
a Flossenbrg ce n'erano solo cinque
con il triangolo rosa: un cantante di Praga di trentacinque
anni, un impiegato di Graz di quarantadue
anni, un ragazzo ventiquatrenne di Salisburgo, che
presumibilmente doveva essere stato un alto dirigente
della Giovent hitleriana, e oltre a me un altro
viennese di ventidue anni. Di nuovo, come in precedenza,
venimmo assegnati al blocco froci, vale a
dire l'ala A dell'edificio, cio solo una baracca.
Vi si trovavano oltre duecento uomini e pure
qui, come a Sachsenhausen, tenevano accesa la luce
tutta la notte, ma solo nell'ala dei froci. Anche qui
durante il sonno dovevamo tenere le mani fuori dalle
coperte: probabilmente l'ordine vigeva in tutti i
campi di concentramento con un blocco per gli omosessuali.
Solamente un anno dopo, quando l'ala A fu
eliminata e venimmo distribuiti in piccoli gruppi negli
altri blocchi, questa disposizione non venne pi
applicata. Una sentinella delle SS ci condusse al nostro
nuovo blocco, per affidarci al nostro Blockfhrer.
Questi ci fece restare un bel po' in piedi ad aspettare,
mentre una decina di kap intorno a noi ci esaminava.
Io ero gi esperto e sapevo bene perch una
parte dei notabili - di cui i kap facevano parte - ci
stesse scrutando in quel modo. Stavano cercandosi
un eventuale amico tra i nuovi arrivati.
Al centro degli sguardi dei kap c'ero io, che
avevo un aspetto da sbarbatello, molto pi giovane
dei miei quasi ventitr anni, e pi in forma grazie ai
pacchettini di viveri che mi aveva passato il mio amico
kap: dai discorsi che facevano di fronte a noi dedussi
che erano particolarmente interessati alla mia
persona. La situazione in cui ci trovavamo mi sembrava
molto simile a quella di un mercato di schiavi
dell'antica Roma. Infine il Blockfhrer e l'anziano del
blocco uscirono dalla camerata e posero termine a
quel mercanteggiare. Mentre il Blockfhrer ci leggeva
il regolamento speciale dell'ala A, l'anziano rest per
tutto il tempo) dietro a lui studiandoci tutti e cinque
con grande attenzione, per la stessa ragione per cui ci
avevano osservati i suoi kap. I suoi occhi mi fissarono
a lungo, infine mi sorrise benevolmente. Quando
il Blockfhrer se ne and, incaricando l'anziano di assegnare
i letti ai nuovi, questi venne subito da me e
mi disse: Ehi piccolo, ti va di dormire....
S, volentieri, lo interruppi, sapendo bene
cosa voleva chiedermi. Il mio immediato assenso gli
dovette fare un certo effetto, infatti aggiunse: Sei un
ragazzo in gamba, mi piaci, e mi batt la mano sulla
spalla.
Flossenbrg era un campo, come Sachsenhausen,
dominato dai verdi, in cui cio la maggior parte
degli anziani e dei kap, inclusi quello del campo
e il kap superiore, provenivano dalle file dei criminali.
L'anziano del mio blocco, di cui ero diventato
amico, veniva da Amburgo ed era un delinquente di
professione, uno scassinatore molto stimato nel suo
ambiente. Gli altri detenuti e i suoi colleghi kap lo temevano
per la sua durezza, ma devo ammettere che nei
miei confronti si dimostr sempre molto premuroso.
Dopo circa sei mesi divenne l'anziano del campo,
carica che mantenne fino alla chiusura del campo
da parte degli americani, e continu a proteggermi,
anche quando non ero pi il suo amico e lui si era
scelto un ragazzo polacco: deve avermi salvato la vita
almeno una decina di volte e ancora oggi, dopo pi di
venticinque anni, gliene sono grato. Abita di nuovo
ad Amburgo, ma dall'aprile del 1945 non ho pi avuto
contatti con lui.
Alcuni compagni di prigionia mi raccontarono
che il nostro Blockfhrer era un duro, sempre pronto
a dare punizioni, che non sorrideva mai n rivelava
mai i suoi sentimenti, ma che non aveva mai alzato
la mano su un detenuto. Dopo aver preparato i nostri
letti e depositato i pochi averi negli appositi scaffali,
noi cinque dovemmo metterci di nuovo in fila per il
controllo dei documenti e il Blockfhrer ci pass in
rassegna facendoci un sacco di domande.
Quando arriv da me e mi fiss negli occhi, ebbi
come la sensazione che nel suo sguardo ci fosse una
scintilla di comprensione. Non riesco a esprimerlo
bene a parole: per i pochi secondi di quello scambio
di sguardi mi sembr di percepire come una scarica
elettrica. Nei giorni successivi mi accorsi che, anche
se dal mio arrivo non mi aveva rivolto spesso la parola,
spesso mi seguiva con lo sguardo o mi fissava a
lungo.
Un giorno, mentre un ufficiale delle SS mi stava
picchiando perch non mi ero tolto in tempo il
berretto davanti a lui, usc dal suo ufficio gridando:
Lascialo in pace!.
Al che la SS mi lasci andandosene scornato,
mentre il Blockfhrer mi fiss alcuni secondi con
un'espressione seria, per poi ritirarsi in ufficio. Spesso
sentivo il suo sguardo su di me quando non si credeva
osservato. Non ne ho mai fatto parola a nessuno, n ai
miei compagni n al mio amico, l'anziano del blocco,
ma istintivamente sentivo che anche lui era uno dei
nostri. Nascondeva la sua natura dietro al rifiuto
di contatti personali con noi detenuti, alla severit e
rigidit: alla minima infrazione del regolamento - un
colpo di tosse inopportuno o un bottone mancante
- faceva dare da cinque a dieci colpi di bastone, una
dura punizione. Ma non assisteva mai personalmente
a queste punizioni, e quando vi era costretto si voltava
dall'altra parte. Verso la met del 1941 si arruol
volontario per il fronte in Russia e cos lo perdemmo
di vista.
Noi omosessuali fummo assegnati ad alcune
squadre di lavoro composte da una dozzina di uomini
e comandate da un Arbeitskommandofhrer, un kap
e un ausiliario. Il nostro lavoro si svolgeva nelle cave
dove venivano squadrati e lavorati i blocchi di granito
per le grandi costruzioni volute da Hitler, come
i ponti sulle autostrade e cose del genere. Nelle cave
erano stati costruiti dei grandi capannoni, dove al
materiale veniva data una forma definitiva ed eventualmente
un'appropriata levigatura. Questo lavoro
di scavo, di spezzatura mediante esplosivo, di sgrossatura
e di definitiva sagomatura era estremamente
pesante, e veniva svolto solo da detenuti ebrei e
omosessuali: ci furono numerosi morti, per l'elevato
numero di incidenti che per lo pi venivano causati
intenzionalmente dalle SS e dai kap.
Chi degli automobilisti che oggi percorrono le
autostrade tedesche sa che ogni cordolo di granito
che le fiancheggia gronda del sangue di persone innocenti?
Sangue di persone che non avevano commesso
alcun crimine, ma che in base alla loro provenienza,
al credo politico o religioso, o all'attrazione per il loro
stesso sesso dovettero languire e crepare nei campi di
concentramento. Quale automobilista, quando percorre
un ponte sull'autostrada, pensa che ogni pilone
di granito che la sorregge  costato innumerevoli vite
umane? Ognuna delle autostrade tedesche  costata
un mare di sangue e una montagna di cadaveri. Ma
a chi interessa tutto ci? Si stende troppo spesso un
velo di silenzio e di oblio.
Grazie all'amicizia con l'anziano del blocco, il
mio kap mi assegn ad altri lavori nella cava, che
pur essendo pi leggeri, erano comunque estenuanti:
li ressi solo grazie alle razioni di cibo che mi passava
di nascosto il mio amico.
La cava di granito era completamente circondata
da filo spinato, come il settore per i detenuti, ed
era sorvegliata sia all'interno che all'esterno da sentinelle
delle SS. I detenuti non potevano avvicinarsi
per pi di cinque metri al reticolato e le sentinelle
sparavano senza preavviso a chiunque superasse questa
distanza di sicurezza, poich veniva interpretato
come un tentativo di fuga. Per ogni detenuto in
fuga ammazzato, i soldati delle SS ricevevano tre
giorni di licenza speciale: dunque si pu ben immaginare
con che solerzia le sentinelle organizzassero
delle fughe per poter ottenere tale premio. Nel
periodo relativamente breve in cui dovetti lavorare
nella cava, fui testimone di almeno dieci episodi in
cui delle SS strappavano il berretto a un detenuto,
lo gettavano sul reticolato e quindi gli ordinavano
di recuperarlo. Ovviamente questi si rifiutava di farlo,
poich tutti conoscevamo le conseguenze. Allora
le SS iniziavano a bastonare il povero diavolo, che
a quel punto poteva solo scegliere come morire: farsi
massacrare oppure correre fino al filo spinato, per
poi essere colpito a morte dalle sentinelle durante un
tentativo di fuga'.
Spesso uno di noi impazziva e correva disperato
verso il reticolato, per essere ucciso e quindi liberarsi
dal tormento, dalla fame e dalla schiavit di quel lavoro
estenuante: in questi casi, tutti gli altri detenuti dovevano
subito stendersi al suolo col viso a terra finch
il corpo del detenuto morto o gravemente ferito - non
tutti morivano immediatamente - non veniva prelevato
con una barella. Spesso dovevamo restare in quella
posizione anche per un'ora e mezza e chi si azzardava a
muoversi si buscava un calcio alla testa o alle reni cos
violento da far perdere quasi sempre i sensi. D'estate
questo giacere forzato era relativamente sopportabile,
ma quando pioveva o faceva freddo era una vera e
propria tortura: il che alla fin fine era proprio ci che
volevano i nostri persecutori.
Uno dei supplizi preferiti dalle SS per gli ebrei
e gli omosessuali nella cava di granito consisteva nel
provocare degli attacchi di follia nei detenuti che fisicamente
erano gi di per s allo stremo delle forze.
Uno dei sorveglianti ne sceglieva uno a caso, che non
doveva per forza avere commesso qualche irregolarit,
e gli ficcava un secchio di latta sulla testa, dopodich
due detenuti dovevano tenerlo fermo mentre le
SS e i kap percuotevano il secchio con dei bastoni.
Dopo un po', per il rumore assordante, il poveretto
era fuori di s dall'angoscia e perdeva quasi del tutto
il senso dell'equilibrio: a quel punto, gli levavano
all'improvviso il secchio e lo spingevano verso il
reticolato. Difficilmente il disgraziato poteva sottrarsi
e se finiva nel raggio dei cinque metri iniziavano
gli spari. Giochetti del genere erano i passatempi
preferiti delle SS, che non dovevano temere alcuna
conseguenza disciplinare da parte dei superiori: dopotutto
le loro vittime erano solo omosessuali ed ebrei,
per i quali era comunque previsto lo sterminio.
Dopo circa due settimane di lavoro nella cava,
per iniziativa del mio amico fui assegnato a un'altra
squadra di lavoro. Si trattava del reparto costruzioni
del campo, che svolgeva tutti i lavori edili dentro e
fuori il campo di Flossenbrg. Il reparto costruzioni
era composto da diverse squadre, impiegate in vari
cantieri, e io venni assegnato all'ufficio amministrativo
per i materiali, con la funzione di impiegato.
Ora potevo svolgere un lavoro leggero e piacevole
senza dovere pi rischiare costantemente la vita.
Finalmente ce l'avevo fatta!
Avevo ottenuto il posto da impiegato perch
avevo superato bene e senza dare nell'occhio il periodo
di prova come amico dell'anziano del blocco.
Con il termine periodo di prova non intendo
tanto il periodo di rapporti intimi col mio amico,
quanto il fatto che questi voleva essere rassicurato
sulla mia discrezione.
Era molto stimato dai notabili del campo, anche
se temuto, e dato che per lo pi erano dei verdi,
il mio amico era una sorta di boss della malavita
locale. Inoltre aveva ottimi rapporti con gli ufficiali
delle SS che dirigevano il campo, ai quali faceva sempre
piccoli regali, con cui li rendeva se non proprio
malleabili, almeno ben disposti nei suoi confronti:
oggetti artistici fatti a mano dai detenuti, come navi
vichinghe dipinte o dentro una bottiglia, acquarelli,
oggetti di paglia intrecciata nelle forme pi svariate
ecc., che commissionava in cambio di sigarette o pacchetti
di viveri. Questi oggetti erano molto ricercati,
poich fuori potevano essere venduti a prezzi elevati
ed era quindi ovvio che in questo modo il mio amico
aveva ottenuto e (Comprato i favori di molti ufficiali,
acquisendo cos una posizione di potere di fronte ai
detenuti e ai collghi. Aveva una tale influenza che,
come ho gi detto, verso la fine del 1940, le SS lo
scelsero come anziano del campo.
Ovviamente aveva anche dei nemici, soprattutto
tra i prigionieri politici, che avrebbero assunto
volentieri la direzione dei detenuti. Cos i primi
giorni del mio rapporto con lui alcuni rossi, cio detenuti
politici, vennero a trovarmi mentre lavoravo
nella cava, sebbene risiedessero in un altro blocco e
appartenessero a un'altra squadra. Volevano sapere se
tra me e l'anziano del blocco ci fosse una relazione,
come si comportava con me e se mi aveva fatto delle
proposte sessuali. Cos, apparentemente scherzando,
mi facevano domande del tipo: Ce l'ha grosso? Lo fa
tutti i giorni?, oppure: Ma uno cos riesce a essere
affettuoso?.
Queste domande avevano il solo scopo di portare
alla luce una relazione che ufficialmente era proibita,
per far cadere in disgrazia il mio amico e porre fine
al suo potere all'interno del campo: in questo modo i
verdi avrebbero lasciato posto all'egemonia dei rossi.
Non ammisi mai nulla n mi lasciai sfuggire
la minima allusione, e alle loro domande ironiche
rispondevo sempre: Chiedetelo a lui, io non so
niente. Infatti una cosa mi era ben chiara: se avessi
ammesso anche un solo particolare della nostra relazione
sarei finito stritolato tra i due gruppi di potere,
dato che qualsiasi pratica omosessuale, se dimostrata,
era perseguita con pene pesantissime che nella
maggior parte dei casi provocavano la morte degli
accusati. Questo per lo meno nel 1940, mentre in seguito
i costumi all'interno del campo divennero pi
elastici.
Naturalmente il mio amico venne a sapere delle
manovre alle sue spalle e della possibilit di essere
nominato membro anziano del campo, cos come fu
informato del mio ostinato silenzio sulla nostra relazione.
Per dimostrarmi la propria gratitudine, attiv
tutti i suoi appoggi altolocati e mi fece ottenere il
posto di segretario nel magazzino del reparto costruzioni,
nonostante questo tipo di lavoro fosse tab per
i detenuti con il triangolo rosa.
Ragazzo mio, sei proprio un dritto, mi disse
con tono benevolo, dandomi una pacca sulla spalla,
mi piace come ti sei comportato, e tu mi piaci ancora
di pi, anche se a dire il vero preferirei una donna.
Il termine dritto, nel gergo criminale, indica
chi si ostina a tacere e non confessa, anche se sottoposto
a minacce. La sua rozza dichiarazione d'amore,
che aveva attenuato dichiarando di preferire le
donne, in un certo senso mi rallegr e appag il mio
bisogno di protezione. Da quel giorno mi affezionai
molto a lui.
Quando un detenuto veniva condannato alla
bastonatura sul cosiddetto cavalletto, tutti gli altri
nel blocco erano obbligati ad assistervi. Se la punizione
aveva luogo sul piazzale dovevano esserci tutti gli
occupanti del campo.
Il cavalletto era un supporto di legno simile a
una panca, sul quale il detenuto veniva fatto stendere
bocconi e legato in modo tale che il busto, la testa
e le gambe fossero inclinati verso il basso mentre il
sedere restava esposto in posizione pi alta, infine le
gambe venivano tirate in avanti e legate: la posizione
era gi di per s una tortura, ma quando iniziavano i
colpi diventava un supplizio. Per le punizioni corporali
si usavano diversi strumenti - dalla frusta per cani
al manganello, fino al temutissimo nerbo di bue - e
a eseguirle erano quasi sempre sottufficiali incaricati
dal Lagerfhrer, ma diversi ufficiali che si accollavano
volentieri il compito per dare sfogo al proprio sadismo.
Sia ben chiaro che qui sto parlando delle punizioni
ufficiali assegnate dal comando del campo, ma
molti dei Blockfhrer e degli Arbeitskommandofhrer
punivano i detenuti col cavalletto di propria iniziativa
e senza chiedere il permesso a nessuno, l'unica differenza
era che non lo facevano in pubblico ma nelle
camerate e nei locali di lavoro. Spesso il condannato
a questa pena tentava di infilarsi un secondo paio di
mutande sotto i calzoni come protezione, ma se gli
aguzzini se ne accorgevano i colpi venivano assestati
sul sedere nudo.
Un giorno, un detenuto ceco della mia camerata,
anche lui omosessuale, cerc di fuggire e venne
acciuffato: fu condannato a venticinque colpi sul cavalletto,
il numero massimo di colpi che potevano
essere dati in una volta sola. Dopo l'appello serale lo
legarono sul cavalletto che era stato montato davanti
al nostro blocco e noi ci dovemmo mettere in fila per
assistere alla punizione. Per quella sera ci fu sospesa
la cena.
Il Lagerfhrer - un tenente delle SS basso, rapato
a zero e sui quarantacinque anni - era ripugnante
e sfruttava anche la minima infrazione compiuta da
noi omosessuali per poterci assegnare la punizione del
cavalletto: un giorno s e uno no davanti al nostro
blocco aveva luogo una fustigazione a cui lui assisteva
sempre di persona. Dopo che il mio compagno ceco
era stato legato sul cavalletto, comparve un ufficiale
con in mano un nerbo di bue con cui lo frust direttamente
sul sedere nudo. Il detenuto doveva contare
ogni colpo ad alta voce e se per il dolore non riusciva
a dire in tempo o abbastanza chiaramente il numero,
questo non contava. In tal modo spesso accadeva che
la vittima ricevesse quasi il doppio di percosse.
Mentre il poveretto urlava dal dolore, l'ufficiale
faceva sibilare lo scudiscio. Gi ai primi colpi la pelle
nuda si lacer e inizi a sanguinare, ma l'ufficiale
continu imperterrito a colpire, facendo sempre attenzione
che la sua vittima scandisse i colpi ad alta
voce, anche se in ceco.
Nel frattempo il Lagerfhrer, che si era messo
vicinissimo al cavalletto, guardava l'esecuzione in
modo fin troppo interessato. A ogni colpo gli brillavano
gli occhi e presto il suo viso era diventato tutto
rosso per l'eccitazione. Aveva le mani infilate nelle
tasche dei calzoni e si vedeva chiaramente che si masturbava
in modo spudorato davanti a noi.
Fatte le sue cose, prese e se ne and: evidentemente
non era pi interessato allo svolgimento della
punizione.
Finalmente i colpi cessarono, ma il detenuto,
che piangeva dal male, non fu slegato dal cavalletto:
l'ufficiale ordin al kap addetto al servizio sanitario
di spennellargli con dello iodio le natiche maciullate,
cosa che lo fece urlare ancora di pi dal dolore.
Quando infine lo slegarono, gli ordinarono di
mettersi in fila con noi, mentre i calzoni di fustagno
si impregnavano di sangue. Nella camerata eravamo
quasi duecento e tutti fummo costretti a restare i piedi
davanti al blocco senza muoverci, fino a mezzanotte.
Chi vacillava o cercava di sgranchirsi le gambe
stanche veniva preso a manganellate dalle sentinelle
di guardia.
Ho assistito personalmente pi di trenta volte
alle masturbazioni del Lagerfhrer durante le punizioni
sul cavalletto, e ho potuto vedere con quale eccitazione
seguiva i colpi assestati, ascoltava le grida delle
vittime. Una volta un detenuto omosessuale all'inizio
della punizione non diceva una parola, nonostante la
violenza con cui veniva percosso. Evidentemente ci
sottraeva parte del piacere al Lagerfhrer, il quale gli
grid: Brutto frocio, perch non urli? Sei proprio un
rottinculo, e magari ti piace, eh? Avanti, ricominciamo
da capo!. E rivolgendosi alla SS: Picchia finch
questo porco non urla.
I colpi diventarono cos violenti che a ogni frustata
la pelle si lacerava e il sangue inizi a scorrere.
Allora il buonsenso del detenuto ebbe il sopravvento:
inizi a urlare come un pazzo e a chiedere
aiuto. Aiuto che nessuno di noi poteva dargli. Il Lagerfhrer, dal canto suo, ansimava dal piacere ed era
impegnatissimo a raggiungere l'orgasmo.
 
CAPITOLO 5.
I RAGAZZI POLACCHI E IL KAP ZINGARO.

Il Lagerkommandant di Flossenbrg si curava ben
poco della gestione interna del campo e lasciava carta
bianca ai suoi ausiliari.
Prima di entrare nelle SS era stato un solerte
ufficiale dell'esercito e forse proprio la precedente
carriera poteva spiegare come mai verso di noi
tenne sempre un comportamento equo, ben diverso
dalla brutalit dei suoi sottoposti: per quanto mi
ricordo, per tutti gli anni in cui fu comandante del
campo non ordin mai una punizione sul cavalletto
n mai vi prese parte.
Pur essendone al corrente, le torture che i
suoi uomini ci infliggevano gli risultavano cos spiacevoli
che spesso per intere settimane non metteva
piede da noi. Certamente disapprovava queste punizioni,
ma non voleva nemmeno impedirle.
Tuttavia non vedeva di buon cchio i detenuti
politici, che gli sembravano molto pericolosi per la
sicurezza interna del Reich e per questo preferiva i
criminali comuni, i verdi.
Il comando delle SS decise di mettere su una
banda musicale di detenuti, come ne esistevano gi
in altri campi, allo scopo di fornire loro uno svago
la domenica: ovviamente dovemmo finanziare
personalmente la banda, acquistando gli strumenti
musicali coi nostri soldi. I contanti che il prigioniero
aveva con s al momento della deportazione o che
aveva ricevuto dai propri parenti durante la detenzione
venivano registrati in uno schedario nell'ufficio
detenuti e conservati nella cassa dell'amministratore
del campo, ma la maggior parte degli internati, soprattutto
i notabili, avevano sempre un po' di denaro.
Solo a partire dal 1942 i detenuti furono autorizzati
a prelevare ogni mese dal proprio conto, nel caso l'avessero,
trenta marchi e a portarli con s.
Le SS non persero tempo a chiedere ai detenuti
se volevano o meno partecipare alla colletta: i
Blockfhrer esaminarono semplicemente gli schedari
e stabilirono la somma che ognuno di noi avrebbe
volontariamente messo a disposizione in base
all'ammontare del conto. In tal modo riuscirono a
raccogliere somme esorbitanti.
Un bel giorno un camion deposit sul piazzale
un carico di strumenti musicali nuovi di zecca, ovviamente
non tutti destinati alla nostra banda, sebbene
li avessimo pagati noi con le nostre offerte:
gli ufficiali ne sequestrarono all'istante una parte per
la loro banda, dichiarando che erano regali dei detenuti
ai loro sorveglianti. Una dichiarazione carica di
cinismo, considerato che quegli aguzzini non potevano
certo aspettarsi che i prigionieri spontaneamente
facessero loro dei regali.
Nacque cos l'orchestra dei detenuti, in cui furono
inseriti anche alcuni miei compagni di camerata,
cio degli omosessuali musicisti di professione.
Tutti i membri vennero riuniti in un edificio a parte
in cui potevano abitare ed esercitarsi al riparo dai
maltrattamenti dei sorveglianti. Anche il cantante di
Praga che era stato trasferito con me da Sachsenhausen
e con il quale avevo instaurato un rapporto di
amicizia platonica fu assegnato alla banda.
Pochi giorni dopo, nell'edificio della lavanderia,
venne organizzato il primo concerto a cui tutti
noi dovemmo assistere, seduti sul pavimento: dal momento
che anche lo svago e il divertimento dei detenuti
dovevano essere decisi e diretti dalle autorit
del campo, la presenza era sempre obbligatoria, anche
se uno non s'interessava o non s'intendeva di musica
oppure - come per la maggior parte di noi - non era
certo nello stato d'animo di ascoltarla. Che macabra
situazione, sentire l'orchestra intonare Schn ist die
Welt... (Quant' bello il mondo...), mentre i nostri
aguzzini continuavano a riservarci un trattamento
atroce. Quell'orchestra non avrebbe mai potuto
fare onore alle melodie di Lehar, se non a patto di dimenticare
completamente anche solo per un attimo
la condizione vergognosa in cui ci trovavamo. Per lo
meno io la pensavo cos.
Il mio amico praghese fu costretto a cantare le
sue arie di operetta, sebbene inizialmente non riuscisse
a scordarsi di essere un detenuto: eppure dopo i
primi tre o quattro brani, eccolo ritornato l'artista di
un tempo, quasi dimentico di ci che era in realt.
Un giorno, aveva iniziato a cantare l'aria dell'operetta
di Millcker, Der Bettelstudent, ... der Polin
Reiz ist unerreicht... (... ineguagliabile  l'incanto
della donna polacca...), quando gli fu subito ordinato
di interromperla, perch, come disse il Lagerfhrer:
Abbiamo sconfitto la Polonia in guerra, perci non
si pu cantare la bellezza o il fascino delle donne di
un Paese nemico. Solo la donna tedesca  bella e affascinante.
I concerti per i detenuti non erano frequenti,
poich secondo il Lagerfhrer un campo di concentramento
non doveva diventare un sanatorio. Francamente
non mi pare che si sia mai corso questo rischio.
Comunque, la domenica mattina l'orchestra dei detenuti
si esibiva spesso sul piazzale suonando le sue marce
e le arie di operette, cercando di simulare un'atmosfera
serena e distesa. Almeno due volte all'anno c'erano
anche le visite ufficiali della Croce Rossa svedese o
finlandese, i cui rappresentanti venivano a ispezionare
il campo. Non credo di sbagliarmi se penso che fosse
lo stesso regime nazista a invitare le delegazioni straniere
della Croce Rossa, per fornire loro un'immagine
falsata del suo corretto funzionamento.
Durante la visita l'orchestra dei detenuti suonava
sul piazzale marce e arie allegre, e noi non andavamo
al lavoro ma dovevamo passeggiare per le strade
del campo. La delegazione si trovava sulla torre di
guardia e osservava la tranquilla vita del campo,
ignara di quanto fosse poco tranquilla la nostra vita
di tutti i giorni. Se i rappresentanti volevano visitare
personalmente il campo, puntualmente venivano
condotti nel blocco degli inservienti degli ufficiali,
dove tutto era sempre tirato a lucido: in parte perch
gli inservienti avevano a disposizione molto tempo
libero e quindi potevano dedicarsi alla cura delle loro
camere, e poi perch erano obbligati a tenerle sempre
in ordine, proprio per offrire alle delegazioni ufficiali
un'immagine accettabile del campo. I visitatori non
vennero mai condotti nelle baracche degli ebrei, perch
altrimenti le signore e i signori della Croce Rossa
avrebbero scoperto che in un letto singolo dovevano
starci dalle tre alle quattro persone e che questi poveretti
erano lasciati letteralmente morire di fame. Se
un visitatore voleva parlare con un detenuto, gli si
presentava un inserviente che in precedenza era stato
ben preparato dalla direzione, il quale diceva ci che
doveva dire se non voleva perdere il posto da imboscato
e subire ritorsioni dai picchiatori delle SS.
In questo modo le delegazioni della Croce Rossa
restarono sempre all'oscuro delle reali condizioni
di vita nei campi e delle sofferenze e torture subite dai
detenuti; Probabilmente proprio per questa ragione
i campi provocarono una grande indignazione nelle
associazioni umanitarie straniere allorch, dopo il
crollo dei Reich, si resero conto della realt e non si
trovarono pi di fronte al luogo tranquillo che era
stato mostrato loro nelle visite precedenti.
Nell'inverno tra il 1940 e il 1941 arrivarono i
primi convogli di polacchi, deportati per essersi opposti
all'occupazione tedesca o per aver preso parte
alla lotta dei partigiani.
Avevano dai sedici ai sessantanni e il loro
aspetto era malandato e deperito come se gi prima
dell'internamento avessero avuto esperienze terribili.
Per evitare che si formassero dei gruppi pericolosi furono
inseriti nei vari blocchi.
Dopo appena pochi giorni gli anziani e i kap,
o meglio la maggior parte di loro, si erano gi scelti
un ragazzo polacco come inserviente, definito come
attendente, ma che in realt non era altro che il
loro amichetto: il suo compito era di dividere il
letto col proprio capo e obbedire docilmente ai
suoi ordini. Ai giovani polacchi la cosa non sembr
dispiacere pi di tanto, poich ben presto si erano
resi conto che senza un amico influente e i suoi pacchetti
di viveri avrebbero patito la fame, oltre a dover
svolgere lavori pesanti come tutti gli altri detenuti.
Cos questi ragazzi, e successivamente anche i giovani
russi, accettarono volentieri le offerte d'amicizia dei
notabili che potevano sfamarli e procurare loro un
lavoro decente.
Gli attendenti, che in altri campi venivano
soprannominati bambolotti, avevano dai sedici ai
vent'anni e ben presto assunsero un atteggiamento
strafottente, dato che potevano sempre contare sulla
protezione dei loro amici influenti quando si comportavano
in modo arrogante e provocatorio con i loro
compagni di prigionia. Costoro potevano fare ben
poco contro i ragazzi polacchi, temendo la vendetta
dei loro protettori, cos la decisione pi saggia era
quella di evitarli.
Bastava guardarli, questi ragazzi, per capire chi
di loro aveva una relazione con un notabile: in effetti
venivano letteralmente ingrassati, diventando cos
paffuti come capponi, mentre migliaia di altri detenuti
nello stesso campo facevano la fame.
Noi uomini dal triangolo rosa, agli occhi degli
altri detenuti, continuavamo a essere gli sporchi
froci, mentre gli stessi che ci ingiuriavano e condannavano
si guardavano bene dal disturbare le relazioni
dei kap con i giovani polacchi, liquidandole come
naturali o addirittura approvandole benevolmente.
Come faceva buona parte delle SS, che ovviamente
erano al corrente di tutto, anche se ufficialmente non
ne fecero mai parola.
Cos esistevano allora come oggi, due pesi e
due misure: ci che a uno viene consentito, all'altro
che ammette apertamente la cosa non  permesso.
Le pratiche omosessuali di due normali venivano
minimizzate come pratiche di compensazione, ma se
due omosessuali facevano la stessa cosa col consenso
reciproco, allora era una porcata, una faccenda
sporca e disgustosa.
Quasi contemporaneamente all'arrivo dei polacchi,
il mio amico, l'anziano del blocco, su proposta
della direzione fu promosso anziano del campo.
Poich ora avrebbe dovuto trasferirsi in un altro blocco,
in cui si trovava anche la segreteria, ci dovemmo
separare, dato che non poteva assolutamente portare
con s un detenuto con il triangolo rosa: avrebbe corso
il rischio di dare nell'occhio e di fornire ai suoi avversari
un motivo per denunciarlo come omosessuale.
Una denuncia del genere alla direzione del campo,
se dimostrata - e la mia permanenza con lui avrebbe
certamente costituito una prova sufficiente - avrebbe
comportato la sua immediata destituzione, oltre che
pesanti punizioni per entrambi.
Al nostro ultimo incontro, quando mi salut
spiegandomi i motivi della nostra separazione, mi
commossi molto e divenni triste. Mi assicur che
aveva sempre apprezzato la mia fedelt e soprattutto
la mia discrezione e che avrei sempre potuto contare
sul suo aiuto. La nostra separazione fu per me molto
difficile, anche se ci che mi univa a lui non era certo
di natura sentimentale, ma una semplice questione di
sopravvivenza. Gli ero comunque molto affezionato,
visto che mi aveva davvero aiutato tante volte, salvandomi
spesso la vita. Anche negli anni seguenti
continu ad aiutarmi quando ero in difficolt o quando
rischiavo una punizione corporale, senza mai venir
meno alla promessa che mi fece il giorno della
nostra separazione, e ai miei occhi resta ancora oggi
un uomo degno di rispetto, anche se di professione
faceva (e forse fa ancora) lo scassinatore.
Ovviamente, dopo la nostra separazione ricevetti
immediatamente delle proposte da parte di altri kap
e da anziani verdi, che volevano avere una relazione
con me: non tutti i notabili volevano come amici dei
ragazzi polacchi, troppo giovani o non abbastanza di
compagnia, dato che parlavano solo polacco.
Per conservare il mio comodo posto in ufficio,
e per continuare ad avere razioni supplementari, indispensabili
alla sopravvivenza, fui costretto a instaurare
una nuova relazione. Non mi era pi possibile
rifiutare, dato che i kap erano al corrente della mia
lunga relazione con il loro ex collega che aveva descritto
la mia riservatezza e le mie eccezionali prestazioni
erotiche.
Respingere un'offerta avrebbe significato attirare
su di me l'odio di tutti i kap, scelta che equivaleva
a una condanna a morte. Perci non mi rest altro
da fare che cercare la protezione di un altro kap o
anziano, che mi tenesse alla larga tutti gli altri pretendenti,
mi procurasse dei viveri e mi lasciasse mantenere
il mio posto di lavoro. In cambio avrei dovuto
essere suo amico e amante, ogni volta che ne avesse
avuto voglia.
La mia nuova relazione inizi con qualche complicazione.
Tre kap contemporaneamente volevano
iniziare una storia con me e iniziarono a discutere animatamente
tra loro. Non avevo la possibilit di scegliere.
L'unica cosa che mi dissero fu: uno di noi tre
sar il tuo protettore, e quindi aspettavo con ansia di
vedere a chi sarei stato dato in palio. La contesa
dur due giorni, finch la sera del secondo giorno un
kap della mia stessa baracca mi comunic che era il
mio nuovo amico, dato che mi aveva comprato. Era
uno zingaro ungherese, conosciutissimo come trafficante-commerciante non solo da tutti i detenuti e dai
notabili, ma pure dalle SS. Gestiva un'intensa attivit
di traffici con la cucina del campo, con l'infermeria e
con il magazzino vestiario: da lui si poteva acquistare
una pagnotta come un anello di diamanti o un paio di
buone scarpe. Di soldi ne aveva sempre pi del necessario
e infatti per avermi come amico si era limitato
a corrompere gli altri due pretendenti, chiudendo
la contesa senza che nascessero litigi tra di loro. Aveva
appena trent'anni ed era veramente un bel ragazzo,
alto, snello e dal portamento fiero nonostante due
anni di prigionia.
Sulla testa rasata a zero si poteva distinguere il
colore dei suoi capelli, neri come il carbone, le labbra
erano carnose e gli occhi scuri che scintillavano pieni
di fuoco quando amava e sprizzavano odio quando era
geloso - e lo era sempre, appena qualcuno mi rivolgeva
la parola. Gi dopo pochi giorni era innamorato di
me ed esaudiva ogni desiderio che esprimevo in fatto di
vestiario o di cibo.
Buona parte dei suoi traffici li aveva con i detenuti
che lavoravano al magazzino vestiario. Dato che
i nuovi detenuti dovevano consegnare senza preavviso
tutti i loro vestiti prima di fare la doccia e ricevere
la divisa, quasi sempre al loro interno si trovavano
cuciti dei sacchettini con denaro o gioielli: ovviamente
le SS ne erano al corrente ed erano i primi a
frugare alla ricerca di qualche tesoro nascosto. Tuttavia
le perquisizioni erano per lo pi superficiali, perch
nessuno voleva essere sorpreso da un superiore e
costretto a consegnare ci che aveva trovato. Cos
i detenuti che lavoravano nel magazzino riuscivano
a scovare all'interno degli abiti un bel po' di soldi e
gioielli con cui si compravano dell'altro cibo e alcol,
rivolgendosi al mio nuovo amico zingaro.
Lavorando in una squadra esterna, era occupato
al di fuori dell'area recintata del campo - c'erano
sempre da fare lavori di muratura o verniciatura nelle
case delle SS - e aveva spesso occasione di entrare in
contatto con la popolazione civile del luogo. A me
non l'ha mai detto, ma probabilmente era in combutta
con l'ufficiale che sorvegliava la sua squadra di
lavoro, perch riusciva sempre a procurarsi qualche
litro di acquavite scadente in cambio di molti soldi.
Il difficile era riuscire a far passare l'alcol dal portone
eludendo i controlli delle sentinelle, che perquisivano
i detenuti per non fare entrare niente di proibito, ma
anche questa fase dell'operazione non era un problema
per il mio amico kap. Come nascondiglio usava
dei tubi zincati, lunghi dai tre ai cinque metri, utilizzati
per le condutture idriche: qualche giorno prima
faceva trasportare alcuni tubi puliti sul posto di lavoro
della sua squadra, dove venivano riempiti e sigillati
con dei tappi collocati internamente ad almeno venti
centimetri dalle estremit, cos che dall'esterno non
si vedessero. Al rientro, li prendevano con s e li depositavano
semplicemente davanti al portone per la
perquisizione. Quando le sentinelle ordinavano loro
di entrare, i detenuti, che ovviamente prendevano
tutti parte all'affare, si limitavano a caricarsi in spalla
i tubi e a portarli sullo spiazzo del magazzino costruzioni,
dove l'alcol continuava il suo percorso.
Certo, il mio nuovo amico non era mai a corto
di idee, quando si trattava di far soldi dal niente. In
questi casi pensava solo a s stesso e, finch non si trattava
di denaro, anche a me. Riusciva a tenere unita la
sua squadra di lavoro che partecipava al contrabbando
dell'alcol minacciando gli altri detenuti di far fuori
chiunque lo avesse denunciato alle SS. Nessuno lo fece
mai, e cos pot continuare indisturbato i suoi traffici.
D'altronde metteva a parte dei guadagni anche
la squadra di lavoro - per meglio dire, la sua squadra
di contrabbando - e nei loro confronti non assunse
mai un comportamento brutale o sadico. Quindi non
diede mai motivo a qualcuno della squadra di metterglisi
contro. La sua filosofia era: vivi e lascia vivere!
I suoi uomini lo sapevano e lo appoggiavano rispettando
una disciplina ferrea. Sapevano anche che
aveva rapporti d'affari con molte SS e che ci avrebbe
messo poco a eliminare chiunque non avesse rigato
dritto.
Il terrore e l'avidit di denaro: questo era ci
che dominava la squadra, ci che la teneva unita.
Dal mio ufficio avevo una buona visuale sul
piazzale e sulla torre di guardia, cos potevo osservare
tutto ci che accadeva: quando le sentinelle uscivano
dalla loro guardiola e si disponevano in fila, sicuramente
il Lagerkommandant stava per compiere
un'ispezione nel campo; potevo vedere bene anche
gli uffici dei Lagerfhrer e osservare l'inizio del loro
giro per il campo; potevo seguire anche tutti i trasferimenti
nelle celle d'isolamento nel bunker e i nuovi
arrivi. Era un modo per distrarmi che soddisfaceva la
mia curiosit.
Alla fine di febbraio del 1941, guardando dalla
finestra, vidi un'auto della polizia che entrava dal
portone d'ingresso per poi fermarsi davanti alle celle
d'isolamento, utilizzate di solito come inasprimento
della pena. Dall'auto scesero un ufficiale delle SS in
alta uniforme, ornata da cordoncini d'argento e medaglie,
e una giovane signora elegante in abito da sera
che lasciava scoperta una spalla bianchissima, molto
ingioiellata e con un paio di scarpe alte argentate.
All'inizio pensai che l'ufficiale e la sua signora
avessero avuto un guasto alla macchina e che poi
avrebbero proseguito con un'auto della polizia fino al
campo per compiere un'ispezione, ma quando i due
furono rinchiusi ognuno in una cella del bunker e
l'auto ripart, mi venne una gran curiosit di saperne
di pi. La sera stessa raccontai subito l'accaduto al
mio amico kap, il quale si mostr molto interessato,
soprattutto ai gioielli della signora: il che non mi
sorprese affatto, dato che ormai conoscevo bene il suo
talento organizzativo.
Sempre in serata seppi dal mio amico, che si era
informato in segreteria, che in seguito a una denuncia
i due erano stati arrestati in un palco del teatro di
Amburgo e subito trasferiti nel nostro campo. L'alto
ufficiale delle SS era un tenente colonnello benemerito,
insignito di molte onorificenze tra cui anche la
croce di cavaliere, che non avevo notato al momento
della sua traduzione in carcere. La sua signora si rivel
un giovanotto di diciannove anni, soldato delle SS
in licenza e figlio di uno dei pi ricchi proprietari di
locali notturni sulla Reeperbahn di Amburgo.
Rimasero entrambi in cella di isolamento fino
alla chiusura del campo nell'aprile del 1945 e durante
il giorno non uscirono mai all'aperto. Successivamente
venni a sapere che di notte, ovviamente
ognuno per conto suo, potevano restare un'ora davanti
alle loro celle, per respirare un po' d'aria fresca
e per sgranchirsi le gambe. Vennero rinchiusi senza
processo e senza condanna, in seguito a un ordine del
comandante supremo delle SS Heinrich Himmler, tagliati
fuori dal mondo e dai loro cari: questo perch
l'alto comando non voleva che un loro ufficiale combattente
venisse a contatto con altri detenuti e indossasse
il triangolo pi disprezzato, quello rosa degli
omosessuali. Nei circoli delle SS doveva esserci sicuramente
grande imbarazzo e sgomento per il fatto che
un cos importante ufficiale fosse omosessuale. Perci
cercarono di mettere a tacere tutta la vicenda, facendolo
sparire nelle celle d'isolamento di un campo di
concentramento.
La signora si poteva vedere molto raramente
e solo di notte. Il fatto che riusc a sopravvivere anzich
essere eliminato - come certamente il comando
delle SS avrebbe gradito, per liberarsi di un testimone
dello scandalo - si spiega con le pressioni esercitate
dal padre su alcuni papaveri del partito, il che dovette
costargli un sacco di soldi. Il mio amico kap mi
raccont che il giovane vestito da donna aveva un
graziosissimo viso da fanciulla e che, nonostante le
tante lacrime, era diventato un vero e proprio affarista.
Doveva saperlo bene, visto che, con la mediazione
del detenuto addetto al servizio nel bunker, faceva
affari anche con il ragazzo di Amburgo: smontando in
vari pezzi i propri gioielli - brillanti, perle e anelli d'oro
- e vendendoli man mano al mio amico, il ragazzo
si procur abbondanti razioni di cibo per s e per l'ufficiale
delle SS. Il fatto che si preoccupasse anche del
compagno mi sembr un gesto veramente generoso.
Grazie a questo traffico di cibo e gioielli i due
omosessuali eccellenti non patirono mai veramente
la fame, anche perch il padre del giovane gli faceva
pervenire denaro a sufficienza. Solo le sofferenze
dell'isolamento non gli furono risparmiate. Alla
chiusura del campo nel 1945 il comando delle SS voleva
farli fucilare, ma nella confusione generale i due
riuscirono a fuggire in abiti civili.
Il mio amico zingaro fece l'affare pi consistente
della sua vita e divent ricco. Pur sfruttando molte
situazioni di bisogno, non ingann mai nessuno n
mai si appropri di una merce senza fornire un'adeguata
contropartita. Come ho gi detto, rest sempre
fedele al principio che lo rese un partner, un compagno
di prigionia e un kap simpatico: Vivi e lascia
vivere!.
 
CAPITOLO 6.
GRANELLO DI POLVERE:
IL LAGERFHURER DELLE SS.

Nel marzo del 1941 il Lagerfhrer sadico di cui
ho gi parlato fu sostituito e trasferito altrove. Noi
detenuti con il triangolo rosa avevamo sofferto molto
per le sue persecuzioni, quando faceva di tutto per
cogliere anche la minima infrazione e ordinare una
punizione sul cavalletto, cosa questa che gli dava un
grande piacere: quando part gli lanciammo molte maledizioni,
ovviamente senza esprimerle ad alta voce.
Quando prese servizio il nuovo Lagerfhrer,
sperammo che la situazione sarebbe migliorata.
Purtroppo ci rendemmo conto presto che il nuovo
arrivato odiava, disprezzava e perseguitava gli omosessuali
ancora di pi del suo predecessore.
Aveva il grado di capitano, e veniva dalla gavetta:
nessuno capiva come fosse mai riuscito a diventare
ufficiale, dato che era di una rozzezza e una
goffaggine sbalorditive. Pi tardi venimmo a sapere,
da alcuni detenuti che lavoravano alla falegnameria
del campo, che prima di iniziare la carriera nelle SS
aveva lavorato sui fiumi bavaresi come addetto alla
fluitazione del legname.
La sua prima disposizione fu che noi omosessuali sostituissimo i nostri triangoli rosa con altri grandi
circa il doppio. Inoltre, sopra al triangolo ci cucirono
una fascia di stoffa gialla larga due centimetri e lunga
dodici.
Cos possiamo riconoscervi anche da lontano,
brutti froci, ci disse sogghignando strafottente.
Ma questa angheria non fu l'unica. A essa seguirono
ancora molte altre disposizioni crudeli che dovevano
renderci ancora pi pesante la vita e che provocarono
il suicidio di molti di noi.
Il suo pallino, come lo definiva lui stesso, era la
polvere. Molto spesso entrava in una baracca e strisciando
carponi cercava la polvere, e ovviamente ne
trovava. Quando dico che strisciava carponi, voglio
proprio dire che quel troglodita in uniforme non si
vergognava affatto davanti a noi durante i controlli
nelle camerate di strisciare letteralmente sotto i letti.
Dedicava una particolare attenzione soprattutto alla
nostra baracca, quella degli omosessuali, e ovviamente
riusciva sempre nel proprio intento. Allora iniziava
a urlare, compatibilmente al suo livello d'istruzione:
Segaioli, rottinculo, vi insegner io a tenere in
ordine! Vi far sputare l'anima!.
Poi ci ordinava di fare immediatamente cinquanta
flessioni sulle ginocchia e cinquanta sulle
braccia, durante le quali tirava calci con gli stivali
sul fondoschiena dei detenuti perch cadessero, oppure
li colpiva di punta ai testicoli. Queste visite di
controllo quasi quotidiane alla ricerca della polvere
fecero s che il Lagerfhrer, il cui vocabolario avrebbe
fatto concorrenza a quello del peggior farabutto, si
guadagnasse l'appellativo di Granello di polvere.
Questo nomignolo si diffuse subito in tutto il
campo, tanto che anche i Blockfhrer e gli
Arbeitskommandofhrer lo chiamavano cos quando stavano tra
di loro. Ben presto anche l'interessato scopr di essere
chiamato in quel modo, il che gli caus un attacco di
rabbia con grande soddisfazione nostra e dei suoi stessi
sottoposti. Questo soprannome gli rest affibbiato
suo malgrado e divenne popolare in tutto il campo.
Granello aveva per anche altre trovate personali
per incastrare noi omosessuali. Spesso, la sera,
entrava di soppiatto da noi per poterci cogliere di sorpresa
nel caso che alcuni stessero dormendo assieme;
dato che c'era l'ordine di tenere accesa la luce tutta
la notte, non riusc mai a entrare senza essere visto.
Non riuscire a coglierci sul fatto lo irritava a tal punto
che contro di noi prese altri provvedimenti.
Dopo solo quattro settimane dal suo insediamento
ottenne dal Lagerkommandant l'ordine di sciogliere
la nostra camerata A, l'ala frocia, e di distribuirci
in gruppi pi piccoli di circa trenta persone
negli altri blocchi, a eccezione di quelli occupati da
ebrei. Per puro caso rimasi con altri ventisei compagni
di prigionia nella mia vecchia camerata, che poi
fu riempita di nuovo con detenuti politici e criminali
comuni. Da quel giorno anche noi con il triangolo
rosa non dovevamo pi tenere le mani fuori dalla
coperta e di notte la luce veniva spenta: potevamo
finalmente riposare senza essere pi disturbati, a parte
dalla tosse e dai peti di duecento compagni di stanza.
Questo provvedimento non era ovviamente
dovuto a un qualche moto d'umanit del nostro Lagerfhrer: al
contrario, voleva che noi omosessuali ci
sentissimo pi sicuri negli altri blocchi e che eventualmente
fossimo spinti a lasciarci andare a qualche
gioco d'amore con altri detenuti, nel qual caso nelle
varie camerate c'erano abbastanza spie che glielo
avrebbero riferito. In un modo o nell'altro, Granello
voleva fregarci.
Ovviamente ci furono delle denunce, e i colpevoli
venivano puniti con venticinque bastonate sul
cavalletto; una punizione peggiore, dato che in quei
casi i colpi venivano assestati con particolare violenza.
E ogni volta Granello se la spassava, perch era
riuscito a farla pagare ai froci.
Tutto questo mi faceva venire voglia di vendicarmi
dei delatori, delle spie e degli aiutanti delle SS.
Non potevo stare a guardare e feci tutto quello che
mi permise il mio potere molto limitato. Se ad esempio
conoscevo per nome uno dei delatori e il fatto mi
veniva confermato dalle persone coinvolte, pregavo
il mio kap zingaro che alla spia fosse assegnato un
lavoro particolarmente pesante in una sua squadra,
e che per diversi mesi non potesse pi procurarsi le
razioni supplementari che i kap smerciavano al mercato
nero. E dato che tutti i kap verdi erano molto
uniti come gruppo e molti dipendevano dal mio amico,
questi riusciva sempre a soddisfare le mie richieste.
Ben presto si sparse la voce che, subito dopo la
denuncia alle SS, alle spie venivano assegnati i lavori
peggiori e che dovevano fare la fame. Dal canto suo,
Granello non si curava del destino dei delatori dopo le
denunce, perch era troppo occupato a punire il malfattore;
e cos dopo poche settimane le denunce cessarono.
Ancora oggi sono orgoglioso di aver garantito
una sorta di giustizia e di aver fatto punire quelle spie.
Un'altra innovazione introdotta da Granello
merita di essere menzionata, perch la dice lunga su
di lui. Quando veniva chiesto il nome a un detenuto,
non doveva dire il cognome, ma presentarsi ad
esempio come detenuto numero 4567. Nel caso di
un omosessuale, per, non dovevamo pi rispondere
come al precedente Lagerfhrer Depravato numero
4567: Granello, infatti, pretendeva che ci presentassimo
dicendo rottinculo numero 4567. In risposta,
il Lagerfhrer ci sorrideva con aria cinica e sadica.
Una volta, attraverso uno dei suoi delatori venne
a sapere che di notte gli addetti alle cucine preparavano
dei piatti che poi vendevano agli anziani e
ai kap dei vari blocchi. La notte stessa si introdusse
di soppiatto nei locali delle cucine e in una padella
trov pi di trenta gnocchetti di pane, uova e farina:
trionfante, rifer il fatto al Lagerkommandant che proprio
quel giorno presenziava all'appello mattutino, e
pretese una punizione esemplare del personale e dei
kap delle cucine. Il comandante ascolt la faccenda
con espressione seria e invit Granello a requisire
gli gnocchetti come prova. Questi corse subito nelle
cucine, ma una volta fatta irruzione trov s la padella,
ma con dentro solo alcuni sassi rotondi, grandi
come gnocchi. Inizi a imprecare contro la banda di
ladri e contro quei farabutti che l'avevano preso
in giro. Prese la padella con i sassi e la port al
Lagerkommandant, per spiegargli quale scherzo spudorato
gli avevano fatto. Vedendolo scoppiare a ridere, and
ancora di pi su tutte le furie. Il Lagerkommandant interrog
il kap delle cucine se avesse fatto cuocere
degli gnocchi di nascosto, ma questi neg con l'aria
pi candida del mondo, e quando gli fu chiesto cosa
ci facessero quei sassi nella padella, rispose che erano
stati utilizzati come scaldaletto per due inservienti
che avevano avuto mal di pancia. Il comandante sapeva
bene che i detenuti avevano tirato al Lagerfhrer
un tiro mancino, ma poich non sopportava Granello
per la sua scurrilit, partecip volentieri alla beffa. Se
ne and dicendo al Lagerfhrer: E la prossima volta
controlli la cucina quando  sobrio e intanto ridacchiava
sotti i baffi.
Granello non scord questa beffa per molto
tempo, ma pot fare ben poco contro lo scaltro kap
verde: non poteva certo destituirlo, poich era stato
nominato direttamente dal Lagerkommandant ed era
logico pensare che fosse un suo protetto.
Una volta mi capit di scontrarmi direttamente
con Granello. Era domenica e volevo uscire dalla mia
baracca per andare in bagno, proprio quando lui stava
entrando. Tutti e due andavamo di fretta e per poco
non gli finii addosso: subito si mise a urlare che lo
avevo fatto apposta, chiam il Blockfhrer e gli ordin
di appendermi all'albero per mezz'ora. Venire appesi
all'albero era una delle punizioni pi tormentose a cui
si poteva venir condannati: l'albero era un palo robusto
conficcato nel terreno, con un gancio a circa
due metri d'altezza a cui veniva appeso il detenuto con
le mani legate dietro la schiena. A quel punto il peso
del corpo finiva per gravare tutto sulle articolazioni
delle braccia, cos che immediatamente le forze venivano
a mancare e le spalle si slogavano, provocando
dolori atroci. Era impossibile toccare il suolo per sostenersi,
per quanti sforzi uno facesse.
Il palo del supplizio era una punizione molto
temuta per lo strazio che provocava e quando un detenuto
veniva appeso all'albero, le sue grida di dolore
e le richieste di aiuto le sentivamo tutti. E adesso sarebbe
toccato a me.
Immediatamente piantarono il palo davanti al
nostro blocco e mi legarono le mani dietro la schiena.
Granello mi rivolse un sogghigno crudele e spar
nel proprio ufficio: ancora una volta era riuscito a dimostrare
a un frocio quanto ci odiava e che piacere
era per lui punirci. Il mio Blockfhrer se la prese molto
comoda nell'eseguire la pena, mentre io sudavo freddo
per la paura. Improvvisamente comparve il mio ex
amico, l'anziano del campo, e sussurr qualcosa all'orecchio
del Blockfhrer: questi mi fiss per qualche secondo
con aria irritata e spar in ufficio. Quindi il mio
amico tagli le corde che mi stringevano i polsi, mi
diede una pacca sulla spalla e mi risped nella mia baracca,
dicendomi: Ragazzo, sta' attento a non finire
ancora nelle grinfie di quello stronzo del Lagerfhrer,
per questa volta ti  andata bene. Gli strinsi la mano
con mille ringraziamenti e, tremando e sudando ancora
dall'agitazione, me ne tornai alla baracca, dove i
miei compagni di prigionia e di sofferenze si congratularono
con me. Ci volle un po' di tempo prima che
mi calmassi. Non sapevo cosa aveva detto l'anziano al
Blockfrer, ma di una cosa ero certo: il mio ex amico
sapeva come fare leva su certi ufficiali delle SS e in tal
modo aiutava spesso gli altri detenuti, evitando loro le
punizioni - quando voleva farlo.
Poco dopo il mio amico kap fu trasferito a
Wrzburg con la sua squadra di lavoro, in un campo
esterno. Per permettermi di stare un po' alla larga
da Granello, l'anziano fece in modo che la direzione
trasferisse anche me con il ruolo di segretario. Di certo
fu decisivo il desiderio espresso dal mio amico di
avermi con s.
Sotto la sorveglianza di un sergente e di sei
sentinelle, partimmo su un autocarro per 
Wrzburg, dove avremmo dovuto costruire un bagno termale per
le SS all'interno dell'ospedale gestito da suore. Noi
venticinque detenuti fummo sistemati nel convento
annesso all'ospedale e ricevevamo i pasti dalle suore
stesse. La sera del nostro arrivo dovetti riordinare e
pulire la camera dove avremmo dormito: non c'erano
brande o letti, ma lungo le due pareti pi lunghe
vennero sistemati alcuni sacchi di paglia gli uni vicino
agli altri, in modo da lasciare libero il passaggio
al centro della stanza. Ognuno ricevette una coperta
pesante dal deposito dell'ospedale. In un angolo
preparai il giaciglio per me e il mio kap. Quando il
nostro Arbeitskmmandofhrer venne a controllare la
situazione e mi chiese dove avrei dormito, gli indicai
il mio angolino riservato, al che osserv cinicamente:
E il tuo amico kap star sicuramente vicino a te.
Dissi che era cos e lo guardai con aria innocente. Si
limit a scuotere la testa e, nell'andarsene, sogghign:
Buon divertimento, Donna Clara.
Oltre a tenere in ordine il nostro dormitorio,
dovevo fare da inserviente nel refettorio, aiutando
nei lavori pi pesanti le suore che gi cucinavano per
noi: erano molto gentili nei nostri confronti, nonostante
le SS le avessero messe in guardia presentandoci
come sovversivi e criminali, e dimostrarono molta
comprensione e fiducia quando raccontai loro della
mia famiglia, soprattutto perch ero cattolico e conoscevo
a memoria interi passi della liturgia, che mi era
familiare fin da quando avevo fatto il chierichetto.
Spiegai loro i vari tipi di triangoli dei detenuti
del campo, incluso il fatto che il mio rosa era il contrassegno
per gli omosessuali. Raccontai alle suore le
brutalit delle SS nel campo di concentramento, le
grandi sofferenze degli ebrei, dei prigionieri politici,
dei Testimoni di Geova e degli zingari, anch'essi rigorosamente
cattolici. Le sorelle rimasero allibite
dai miei racconti e all'inizio non volevano credere
che le SS fossero state cos crudeli e disumane con
noi: era la prima volta che sentivano parlare delle
aberrazioni nei campi nazisti, non avevano idea che
il regime si stava liberando dei suoi oppositori e dei
cittadini indesiderati torturandoli e sopprimendoli.
I miei racconti rivelarono loro un mondo malvagio di
cui non erano a conoscenza.
Il primo giorno di lavoro, quando a mezzogiorno
tornammo al convento per il pranzo, le suore ci
separarono dai nostri guardiani e ci condussero in
una stanza attigua al dormitorio per darci da mangiare.
Quando entrammo nella stanza, completamente
ignari, restammo tutti a bocca aperta: su una lunga
tavola ricoperta da una tovaglia bianca, al posto delle
nostre scodelle di latta c'erano piatti di porcellana
bianchi col bordo dorato e disegni floreali e posate lucenti
come l'argento. Sulla tavola c'erano anche dei
fiori nei vasi di cristallo e le numerose candele creavano
nella stanza un'atmosfera estremamente festosa,
come a un pranzo di nozze. Ci mettemmo a tavola e
mangiammo la minestra, mentre la maggior parte di
noi piangeva per la commozione: eravamo tutti presi
dalla nostalgia di casa nostra, dal piacere di poter
stare a tavola in modo civile e decoroso. Dopo anni
di vita subumana, per la prima volta sedevamo a una
tavola apparecchiata a festa. Forse alcuni di noi non
si erano mai trovati in una situazione del genere e per
questo l'apprezzavano doppiamente.
Alla minestra segu un polpettone di carne macinata
con patate e salsa, e vino di mele annacquato.
Quel pranzo ci fece un immenso piacere ed eravamo
felici come bambini: nessuno pronunci parole volgari,
come accadeva invece durante le nostre pause
per i pasti, e tutti ci sforzavamo di mangiare nel modo
pi educato possibile, rivolgendo sguardi e parole di
gratitudine alle suore che servivano.
Nel frattempo, il nostro Arbeitskommandofhrer
e la sua scorta sedevano in un'altra stanza, anche
loro attorno a una tavola imbandita come la nostra,
senza sapere che anche noi ce la passavamo altrettanto
bene. Eravamo ancora nel bel mezzo del pranzo
quando l'ufficiale delle SS entr nella nostra sala da
pranzo, stupito e irritato per il trattamento che ci era
stato riservato. Furente, intim alle suore di non farlo
mai pi: noi detenuti dovevamo mangiare nelle nostre
ciotole di latta e non sederci a una tavola imbandita,
dopotutto eravamo dei criminali e non dei frati
in visita. Le suore rimasero turbate dal violento rimprovero
e dal divieto di apparecchiare bene la tavola,
ma per evitarci rappresaglie si adeguarono agli ordini.
Tornammo quindi a consumare i nostri pasti nelle
ciotole di latta, ma perlomeno potevamo sederci
a tavola. Non dimenticammo mai il banchetto delle
suore, e non fummo i soli a continuare a parlarne per
mesi: infatti la notizia si diffuse anche in altri campi.
Dopo quattro giorni, l'ufficiale mi tolse dal servizio
nel refettorio, perch temeva che potessi rivelare
alle suore le condizioni all'interno del campo,
senza sapere che le avevo gi da tempo informate delle
brutalit e delle sevizie perpetrate dalle SS. Venni
assegnato al servizio esterno con gli altri detenuti, ma
come previsto il mio kap mi impieg come segretario.
Il mio lavoro a Wrzburg non era faticoso e anche
gli altri detenuti non soffrivano molto, dato che
i nostri sorveglianti non si permettevano di essere
violenti sotto lo sguardo vigile delle suore. Non solo
avevamo cibo in abbondanza, ma le suore ci passavano
anche le sigarette ed erano abbastanza intelligenti
da viziare con ottimi manicaretti le sentinelle e l'ufficiale,
affinch si sentissero circondati di attenzioni
e ci lasciassero in pace. Cos trascorsi col mio kap
zingaro giorni relativamente tranquilli.
Dopo tre settimane fui rispedito al campo di
Flossenbrg nell'ufficio amministrativo per i materiali
da costruzione. Il kap del magazzino materiali era
riuscito a ottenere che potessi tornare, con il pretesto
che il mio sostituto aveva fatto troppi errori e sconvolto
l'ordine delle liste dei materiali: in realt, il motivo
vero era che gli piacevo molto. Era uno dei due
kap che il mio amico zingaro aveva pagato perch
si tirassero indietro e mi lasciassero a lui, ma poich
ora era fuori in servizio e abbastanza lontano, al kap
del magazzino materiali sembr giunto il momento
favorevole per farmi richiamare, per mettersi assieme
a me senza rivaleggiare con lo zingaro, nel caso fossi
stato d'accordo.
 noto che la fame non  piacevole e inoltre
negli ultimi mesi il mio kap zingaro e i miei precedenti
amici kap mi avevano abituato ad abbondanti
razioni supplementari, e temevo di perdere il
mio posto da imboscato. Cos non mi rest altro da
fare che accettare la proposta del mio nuovo amico.
Ovviamente avevo ben chiara una cosa: la mia volont
di sopravvivere alla prigionia era fortissima,
ma per sopravvivere in quel luogo dovevo pagare un
prezzo molto caro, vale a dire sacrificare i miei principi
morali, l'educazione e l'onore. Lo sapevo bene e
ne soffrivo, ma senza queste relazioni oggi non sarei
vivo. Dovetti ammettere con me stesso che il motto
del mio kap zingaro Vivi e lascia vivere adattato
alla mia situazione, avrebbe dovuto essere: Vivi e lasciati
amare!.
Poche settimane dopo, lo zingaro fu ricoverato
in infermeria con gravi ferite al viso, alle mani e al
torace: non aveva fatto in tempo a ripararsi durante
un brillamento, o la carica esplosiva era scoppiata
prima del previsto. Ovviamente la notizia si sparse
subito tra i kap, e gi si diceva che quando lo zingaro
fosse guarito tra lui e il kap del magazzino materiali
ci sarebbe stato un conflitto per avermi. A ragione
temevo di restarne stritolato, il che poteva costarmi
la vita.
Perci mi schierai subito apertamente dalla
parte del mio nuovo amico, e glielo comunicai.
Gli chiesi solamente di consentirmi di andare in infermeria
a trovare il kap zingaro, perch mi sentivo
moralmente obbligato dopo tutti i regali e favori che
mi aveva fatto. Ma i notabili si dichiararono contrari:
temevano infatti che potesse saltar fuori la storia
della nostra relazione e che ci spingesse le SS a fare
un'inchiesta, estorcendo con la tortura la denuncia
di tutti i rapporti omosessuali degli stessi notabili.
La cosa avrebbe provocato un notevole scompiglio e
certamente anche molte destituzioni tra chi era capo
dei detenuti, per non parlare poi delle punizioni. Per
i prigionieri politici sarebbe stato un gran colpo, dato
che in questo modo avrebbero potuto silurare i verdi
e impadronirsi del potere.
Ovviamente avevo ben presente questi rischi,
ma non mi lasciai dissuadere dai miei propositi e continuai
a supplicare e a pregare finch l'anziano, di cui
godevo ancora i favori, decise che potevo andare a
trovare lo zingaro, indossando il camice bianco da infermiere
e la fascia con la croce rossa. Inoltre avvert
il kap dell'ospedale, in modo che la cosa potesse
svolgersi senza dare nell'occhio. Mentre il kap stava
di guardia, entrai silenziosamente nella camera del ferito
e mi avvicinai al suo letto: le sue mani, il torace
e la testa erano completamente fasciati, solo gli occhi
e la bocca erano scoperti.
Non appena gli sussurrai: Ciao, Stefan, Mi
senti? Sto tanto in pena per te, socchiuse gli occhi,
che brillavano per la gioia di rivedermi. Non riusciva
a parlare, ma la mia visita improvvisa lo commosse
tanto da fargli venire le lacrime agli occhi. Dato che
aveva le mani e tutto il torace fasciati, volendo fargli
sentire la mia vicinanza, gli premetti il ginocchio e
gli posai la mano sul femore. Restai circa cinque minuti
con lui. Sicuramente avrebbe voluto raccontarmi
qualcosa, ma non riusciva neanche a muovere la
testa, e tanto meno a parlare. Al momento di lasciarci
lo baciai sulla fronte fasciata: Ora devo andare,
ma ti voglio assicurare che riusciremo a farti guarire.
I notabili vogliono che tu ti rimetta. Arrivederci,
Stefan, ti auguro una pronta guarigione - e grazie di
tutto.
E in effetti guar. Ma l'anziano del campo,
che lo considerava un suo protetto, non appena fu
in grado di alzarsi dal letto, lo fece tornare subito a
Wrzburg senza che potesse rivedermi, con il ruolo di
kap della squadra. Lo scopo era di evitare uno scontro
tra lo zingaro e il mio nuovo amico, che rientrava
anche lui tra i suoi favoriti.
Provavo molta ammirazione per l'anziano del
campo, che aveva saputo risolvere bene tutta la faccenda,
riuscendo a imporsi anche con la direzione.
Sicuramente si sar detto che questi piccoli regali
contribuivano a mantenere i legami d'amicizia e a
tale principio si attenevano anche le SS.
Il kap zingaro rimase a Wrzburg quasi un
anno e quando fece ritorno a Flossenbrg con la sua
squadra, le SS avevano appena aperto un bordello
per i detenuti del campo, di cui parler diffusamente
pi avanti: lo zingaro trov tra le ragazze costrette a
lavorarvi una zingara, che prese a frequentare regolarmente,
e da quel momento non ebbe pi rapporti
omosessuali, pur continuando a comportarsi in modo
amichevole con me. Quando mi incontrava per caso
da solo, mi dava un'energica pacca sul sedere e con la
sua voce profonda dall'accento ungherese mi diceva
sempre: Ehil, birbante.
 
CAPITOLO 7.
LE CREMAZIONI E LE TORTURE.

Attraverso le radio costruite artigianalmente
per lo pi dai prigionieri politici, i notabili e una
parte dei detenuti che si opponevano al nazismo ricevevano
notizie non solo sul Reich, ma anche sugli
altri Paesi.
Per esempio, quando fummo informati dalla
radio ufficiale dell'inizio della campagna di Russia,
attraverso gli arroganti discorsi di Hitler che dovemmo
sorbirci sul piazzale, contemporaneamente,
grazie alla radio clandestina, venimmo a conoscenza
delle contromisure dei nemici della Germania. Grazie
all'attivit politica dei detenuti con il triangolo
rosso eravamo informati meglio del popolo tedesco.
Verso la fine di luglio del 1941, dagli altoparlanti
ricevemmo l'ordine di recarci subito nelle
nostre baracche e di sederci sul pavimento, mentre
le sentinelle avrebbero dovuto sparare immediatamente
a chiunque avesse cercato di guardare dalle
finestre.
Restammo seduti l per oltre un'ora, finch
non fummo richiamati ai nostri posti di lavoro.
Tutto il campo pareva un alveare di api terrorizzate,
anche se, di fronte alle sentinelle, i detenuti
si comportavano come se non avessero alcun interesse
a sapere le ragioni dell'ordine ricevuto.
Facevamo tra di noi le pi svariate ipotesi, e molti
arrivarono alla conclusione che probabilmente alcuni
gerarchi nazisti avevano organizzato una congiura
contro Hitler e ora venivano internati in gran segreto.
Ma ben presto venimmo a sapere la verit:
oltre cento ufficiali russi erano stati internati segretamente
nel campo di Flossenbrg e dalla striscia
rossa sui loro berretti pensammo che dovevano
essere commissari politici dell'esercito russo, il che
fu confermato successivamente. Ma ancora non ci
era chiaro il motivo di tutta quella segretezza.
Dovevamo capirlo il giorno seguente: infatti
per tutta la mattina udimmo il rumore dei fucili
nella zona retrostante al campo, dove normalmente
venivano giustiziati i detenuti condannati a
morte. Tutti i commissari politici russi erano stati
fucilati perch si erano rifiutati di rivelare qualsiasi
informazione.
L'area per le esecuzioni era interamente di
cemento, cos il sangue dei russi fucilati venne fatto
defluire in un canale di scolo che finiva in un
ruscello, che per alcune ore si tinse di sangue.
Il ruscello finiva in un laghetto nei pressi della stazione
di Flossenbrg per poi continuare il suo percorso:
gi dopo le prime fucilazioni le acque in prossimit
della foce cambiarono colore, ma dopo dieci giorni di
esecuzioni del terzo scaglione di prigionieri, tutto il
laghetto divent rosso sangue. Uno spettacolo raccapricciante,
come venimmo a sapere dai racconti delle
squadre che lavoravano nei pressi della stazione.
La popolazione civile protest per la contaminazione
del laghetto e il borgomastro pretese dal Lagerkommandant
e dalla direzione nazista del distretto
l'immediato intervento per riportare la situazione
alla normalit. Gli abitanti della zona erano gi abituati
a tutti gli atti di violenza che le SS compivano
sui detenuti durante i lavori all'esterno del campo, e
certamente dovevano avere un quadro preciso anche
delle torture che si svolgevano al suo interno, ma
che le SS rovinassero il loro bel laghetto non potevano
tollerarlo.
Le fucilazioni dietro al crematorio vennero
sospese per placare la popolazione, ma le SS continuarono
a massacrare i commissari, gli ufficiali e i
soldati russi, semplicemente cambiarono metodo: al
posto dei plotoni d'esecuzione entrarono in scena il
medico delle SS e i suoi infermieri e lo sterminio dei
prigionieri russi prosegu nell'edificio che ospitava
anche il crematorio.
Il prigioniero doveva entrare in un'anticamera,
spogliarsi completamente - per una visita medica,
gli si diceva - e, quando gli infermieri lo chiamavano,
doveva entrare nell'ambulatorio medico, dove
un detenuto ausiliario che sapeva il russo gli comunicava
che gli avrebbero fatto un'iniezione contro il
colera e la dissenteria: il medico, in realt, gli faceva
un'iniezione di idrogeno che lo uccideva istantaneamente.
Sull'altro lato dell'ambulatorio c'era una seconda
porta che dava in una sala dove venivano allineati
o a volte anche ammucchiati i cadaveri dei
soldati uccisi, per poi essere bruciati. Alcuni detenuti
piegavano accuratamente le uniformi degli ufficiali
e le portavano in un magazzino speciale assieme
a denaro, documenti e oggetti di valore. Successivamente,
tutto veniva spedito alla divisione Dirlewanger
e alla Wehrmacht, probabilmente destinato
agli agenti e alle truppe tedesche dietro la linea del
fronte russo.
L'afflusso di questi prigionieri non accenn a
diminuire e almeno due volte alla settimana arrivava
un convoglio di circa venti, trenta uomini, cos noi
detenuti non fummo pi rinchiusi nelle baracche,
ma potevamo rimanere ai nostri posti di lavoro. Le
SS non avevano pi bisogno di occultare nulla, dato
che in ogni caso sapevamo tutti cosa stava succedendo.
Diventammo subito abilissimi a riconoscere chi
veniva condotto alla morte nell'edificio del crematorio:
non erano sempre ufficiali e soldati russi, ma
anche civili della Polonia, Ucraina e Russia bianca.
Un giorno il medico - che verso di noi a volte
si comportava con un po' di umanit e che ora invece
dirigeva le operazioni di sterminio nel crematorio
- sembr di colpo ricordarsi del suo giuramento di
Ippocrate, che lo impegnava a perseguire la guarigione
dei malati e non l'eliminazione dei sani: infatti si
rifiut di continuare a fare quelle iniezioni omicide.
Proprio lui, che si divertiva tanto a fare ricerche
ed esperimenti su detenuti vivi, improvvisamente
ebbe degli scrupoli morali rispetto a quelle iniezioni.
Non che questo sia sufficiente a fare di lui una
persona migliore: come medico e come essere umano
avrebbe dovuto rifiutarsi di farlo gi dalla prima
volta. Ebbe una licenza speciale e pi tardi, su sua
esplicita richiesta, fu trasferito al fronte. Quasi contemporaneamente
alla sua partenza, il detenuto ausiliario
che faceva da interprete con i russi usc di
senno e si impicc, un'altra vittima di quei massacri:
aveva cercato ripetutamente di farsi esonerare dal lavoro
di interprete, ma l'unica risposta che ricevette
furono delle bastonate.
Il nuovo medico, un membro fanatico delle SS,
evidentemente privo di qualsiasi etica, introdusse
immediatamente dei provvedimenti volti a ridurre le
spese: per risparmiare sull'idrogeno, faceva iniezioni
d'aria, che erano altrettanto letali. E cos continu
ci che il suo predecessore non aveva pi tollerato.
Chi entrava nell'edificio del crematorio ne usciva
solo cadavere.
Dato che il crematorio era troppo piccolo per
i tanti cadaveri, dietro all'edificio principale ne fu
allestito uno all'aperto, per eliminare rapidamente le
vittime delle iniezioni di massa e anche i cadaveri
degli altri detenuti: i corpi venivano ammucchiati
gli uni sugli altri tra grosse cataste di legna, cosparsi
di benzina, e infine gli si dava fuoco con una lunga
asta sulla cui cima era fissato un fagotto di stracci acceso.
A causa del puzzo penetrante e del fumo denso
che si sprigionava, i detenuti che dovevano svolgere
queste mansioni ricevevano quotidianamente un'abbondante
razione di alcol ed erano quindi sempre
ubriachi fradici. In seguito anche loro furono eliminati,
perch non potessero raccontare a nessuno
i massacri e i roghi di massa dei russi e polacchi assassinati.
Spesso accadeva che, nell'incendiare una di
queste cataste, alcuni cadaveri riuscissero a strisciare
fuori dal mucchio: dopo l'iniezione, anche se
non erano ancora morti ma solo svenuti, venivano
ammucchiati sul rogo insieme agli altri cadaveri,
non sapremo mai se per errore o di proposito. Per
il forte calore riprendevano conoscenza e sconvolti
cercavano di strisciare fuori dal fuoco che stava
divampando, con la pelle e i capelli in fiamme, trascinandosi
carponi, ricoperti da profonde ustioni su
tutto il corpo.
Pochi di loro erano in grado di urlare, perch
erano cos scioccati e terrorizzati che riuscivano solamente
a gemere e rantolare flebilmente con gli occhi
e la bocca spalancati. Se i poveretti riuscivano a strisciare
fuori dalla pira, per sottrarsi al rogo mortale,
gli inservienti ubriachi li spingevano ripetutamente
nel fuoco con lunghi bastoni, finch non venivano
divorati dalle fiamme o soffocavano per il fumo. E
tutto questo per ordine e sotto la sorveglianza delle
SS, il fior fiore della Germania nazionalsocialista, del
popolo di poeti e pensatori.
Nell'autunno del 1941 il reparto costruzioni
del campo di Flossenbrg fu assegnato a un nuovo
Kommandofhrer fresco di trasferimento, da cui sarebbe
dipesa anche l'amministrazione del magazzino
materiali in cui lavoravo come segretario. Tutti
i kap e i detenuti del suo reparto dovettero presentarsi per
essere passati in rassegna: innanzitutto chiese
nome, provenienza e professione di tutti i kap e
ordin loro di mettersi da un lato, poi venne il nostro
turno di semplici detenuti.
Alcuni di noi portavano il triangolo rosa, e
quando ci presentammo davanti a lui per prima cosa
ci sput in faccia per esprimere in modo inequivocabile
il suo profondo disprezzo. A quelli di noi che non
stavano abbastanza eretti o che non rispondevano
velocemente dava una manganellata in pieno viso,
cos forte da farli cadere a terra sanguinanti e con due
o tre denti spezzati.
Io mi trovavo ultimo della fila, e si pu ben immaginare
quanta paura avessi e quanto aumentasse
man mano che si avvicinava il mio turno. Quando
arrivai di fronte a lui, mi squadr attentamente e,
visto il triangolo rosa, mi sput proprio sulla bocca:
Da dove vieni, brutto frocio?.
Da Vienna, signore.
E dove si trova questo buco?.
Che imbecille, pensai, e risposi velocissimo:
In Austria, signore.
Cosa dici, maiale? Austria? Adesso si chiama
Marca orientale! Hai capito, pezzo di merda? Ma allora
non sei solo frocio, ma anche comunista!, grid
e inizi a colpirmi finch non crollai a terra.
Avevo avuto il fatto mio. Per paura di fare errori,
anzich dire marca orientale, come Hitler
aveva ribattezzato il mio Paese, avevo detto il nome
a me pi familiare, cio Austria, e questo mi aveva
fatto buscare un sacco di botte e anche alcuni calci
quando ero per terra.
Mi fece rapporto e mi condann a tre giorni
in cella d'isolamento, al buio e senza pane n acqua.
Ma quando arrivai al bunker, il kap addetto all'isolamento
era gi stato corrotto dal mio amico: quindi
mi mise in una cella d'isolamento che per era illuminata;
un detenuto addetto all'infermeria venne a
medicarmi e a fasciarmi e mi diedero da bere e da
mangiare, anche se il kap del bunker rimase davanti
alla porta perch non arrivasse qualche sentinella a
controllare o un ufficiale responsabile. Ero felice di
essere riuscito ancora una volta a cavarmela grazie
al mio rapporto con un kap, evitando isolamento
e sofferenza. Infatti tutti i kap verdi erano molto
solidali tra loro e sempre pronti a venirsi in aiuto:
sebbene quello del bunker non fosse certo un angioletto,
ma un vero e proprio sadico, mi proteggeva e
mi trattava con i guanti, in parte per venire incontro
ai desideri del suo collega, ma soprattutto perch
questi desideri erano stati pagati in contanti.
Ci che vidi e udii durante quei tre giorni nel
bunker super di gran lunga tutte le atrocit cui
avevo assistito fino a quel momento. La mia cella
non era stata pensata per ospitare detenuti ma come
ripostiglio, per cui l'ufficiale delle SS che gestiva il
bunker non la prendeva in considerazione durante
i suoi periodici controlli, il che era proprio uno dei
motivi per cui il kap mi ci aveva messo. E dato che
l'ufficiale era quasi sempre ubriaco e aveva assegnato
il registro degli ingressi dei detenuti al suo kap,
questi pot facilmente tenerlo all'oscuro della mia
presenza. La porta della cella aveva alcune sottili
fessure, attraverso cui era possibile tenere d'occhio
l'ampio corridoio all'esterno: come ben presto potei
rendermi conto, nel corridoio venivano torturati i
detenuti.
Un giorno, un altro detenuto omosessuale, di
Innsbruck, quindi anche lui austriaco, fu torturato a
morte nel bunker. Lo spogliarono e lo appesero per
le mani a un gancio appeso alla parete, in modo tale
che con i piedi non toccasse il pavimento, poi gli
spalancarono le gambe e gliele legarono strette al
muro. Due o tre SS in servizio al bunker se ne stavano
l intorno in attesa che iniziasse lo spettacolo,
la tortura del giovane tirolese.
L'ufficiale la fece iniziare con il cosiddetto gabinetto
delle risate: in sostanza gli aguzzini facevano
il solletico alla vittima con delle penne d'oca,
sfiorandolo sotto la pianta dei piedi, sotto le ascelle,
tra le cosce e in altre parti del corpo. All'inizio
il detenuto rest forzatamente muto, fissando i suoi
torturatori con gli occhi pieni di paura e di dolore,
ma dopo un po' inizi a ridere per il solletico, e questa
risata diventava sempre pi simile a un grido, a
un urlo di dolore, mentre le lacrime gli scorrevano
sulle guance e il suo corpo si contorceva, cercando di
sottrarsi al supplizio. Dopo la tortura del solletico, lo
lasciarono appeso per un po' senza occuparsi di lui, a
piangere e singhiozzare.
Ma quelle SS, completamente ubriache, volevano
ancora divertirsi con quella povera creatura
appesa al muro e ordinarono al kap di portare una
tazza d'acqua bollente e una d'acqua fredda. Pezzo
di merda d'un frocio, dato che le palle non ti servono
a niente, adesso te le cuociamo e poi te le raffreddiamo,
disse l'ufficiale, e gli mise la tazza d'acqua bollente
tra le cosce, in modo che ci entrassero i testicoli.
Il detenuto lanci grida strazianti, per il dolore
insopportabile.
Cerc di divincolarsi o di raggomitolarsi, ma
le catene ai polsi e alle caviglie lo tenevano fermamente
teso.
E adesso dagli l'acqua fredda, ha troppo caldo,
il porco, grid ridendo cinicamente uno delle SS,
e l'aguzzino mise la tazza d'acqua fredda tra le cosce
della vittima. Di nuovo il giovane si mise a urlare in
maniera straziante, perch sia l'acqua bollente che
quella fredda provocavano lo stesso dolore. Di nuovo
cerc di liberarsi dalle catene, ma il suo corpo si
divincolava invano.
Questo bagno alternato venne ripetuto pi
volte, finch il giovane perse conoscenza, dopo aver
urlato tanto da perdere la voce ed emettere solo dei
gemiti strozzati. Gli fecero riprendere i sensi rovesciandogli
addosso un secchio d'acqua fredda, dopo
quei mostri sadici in uniforme ricominciarono la tortura,
mentre i brandelli di pelle ustionata gli penzolavano
ormai dallo scroto.
Dopotutto  un rottinculo, facciamolo un po'
godere, sbrait uno degli sgherri e, afferrata una
scopa che era in un angolo, spinse il manico nell'ano
del detenuto. Questi non riusciva pi neanche a
urlare, dato che le corde vocali erano come spezzate
dal dolore, solo il suo corpo si tendeva violentemente,
tirava e cercava di strappare le catene: il giovane
tirolese doveva avere una forza vitale incredibile.
Le SS ridevano a squarciagola di quell'idiota di un
frocio, che spalancava la bocca cercando di gridare
senza riuscirci.
Infine liberarono dalle catene il poveretto svenuto,
lasciandolo cadere al suolo, dove rest immobile
con tutte le membra rotte. Le SS, completamente
ubriache, uscirono fuori dal bunker barcollando.
L'ultimo di loro inciamp sul corpo esanime del poveretto:
infuriato, gli sferr un calcio e il giovane reag
muovendosi.
Guarda un po', sto frocio di merda  ancora
vivo, farfugli l'ubriaco e, preso uno sgabello di legno
appoggiato al muro, lo colp alla testa con tutte
le sue forze. Finalmente il povero martire era libero
dalle sofferenze, adesso era morto e non doveva pi
patire quei tormenti.
Per tutto il tempo in cui il mio compagno di
sventura veniva torturato e seviziato, continuai
a mordermi le mani per non gridare. Ma quando
quell'aguzzino lo colp con lo sgabello non riuscii pi
a trattenermi e come impazzito strillai: Siete dei
mostri, dei mostri!. Ma l'assassino ubriaco non mi
sent perch era gi uscito.
Il kap del bunker irruppe nella mia cella e
alz una mano implorandomi: Imbecille, chiudi il
becco, o vuoi finire ammazzato anche tu?. Mi prese
per la giacca, scuotendomi energicamente per farmi
riprendere da quell'attacco isterico. Poi proruppi in
un pianto liberatorio, e continuai a piangere disperatamente
per la morte spaventosa del mio compagno.
Il terzo giorno l'anziano del campo venne a
prendermi personalmente per farmi uscire dal bunker,
dato che da quando il giovane tirolese era morto
ero piombato nella depressione e avevo frequenti
crisi di pianto.
Ragazzo, non fare tante storie, calmati. Credimi,
verr il giorno in cui pagheranno per tutto ci
che ci hanno fatto. E per quanto riguarda quello
stronzo di SS del vostro reparto, lascia fare a me, avr
anche lui il fatto suo. E mi salut con un amichevole
ed energico pizzicotto sul didietro.
Arriv il Natale, il momento in cui ci si ricorda
della propria famiglia, ma i nostri sorveglianti
non ci lasciarono certo il tempo per pensarci, nonostante
si comportassero come se il Natale dovesse
essere anche per noi una festa. Due settimane prima
della vigilia fecero portare sulla piazza dell'appello un
abete alto pi di dieci metri, decorandolo con tante
lampadine elettriche: quando faceva buio veniva inserita
la corrente e l'albero aveva un aspetto solenne.
Ovviamente i discorsi dei detenuti, soprattutto
la sera, vertevano solo su un argomento: la propria
famiglia, la moglie, i figli, i genitori. Tutti avevano
nostalgia di casa.
Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre del 1941
alcuni prigionieri russi tentarono di fuggire, fallendo
a causa dei tanti dispositivi di sicurezza e di sorveglianza
che circondavano il campo: alcuni furono
freddati immediatamente dalle sentinelle durante la
fuga, mentre gli altri otto vennero impiccati la mattina
del 24 dicembre.
Per umiliare noi detenuti cristiani e probabilmente
per far un sacrificio al loro dio germanico,
l'esecuzione avvenne proprio nei pressi dell'albero
di Natale. A destra e a sinistra piantarono dei
supporti di legno, sui quali appoggiarono un lungo
palo robusto. Dopo averli legati, impiccarono i prigionieri
russi con delle funi su quelle forche improvvisate,
quattro per lato.
Come deterrente per ogni altro tentativo di
fuga, o anche per abbellire il nostro Natale, lasciarono
i cadaveri appesi al patibolo per pi di due giorni,
fino al termine delle feste natalizie.
La direzione super perfino s stessa in crudelt,
e ordin che il giorno di Natale i detenuti di due
blocchi per volta si disponessero davanti all'albero
per una mezz'ora buona a cantare canti natalizi. Era
una scena raccapricciante, che sconfinava nel grottesco:
mentre lo stridulo coro dei detenuti intonava:
Oh albero, oh albero..., davanti a noi penzolavano
sulla forca i cadaveri degli otto poveracci impiccati,
scossi dal vento.
Non sono mai pi riuscito a liberarmi dal ricordo
di quello spettacolo orribile, e ogni anno quando
sento un canto natalizio - per quanto bello e suggestivo
- mi torna in mente l'albero di Natale nel
campo di Flossenbrg con le sue tristi decorazioni.
 
CAPITOLO 8.
IO, IL KAP DAL TRIANGOLO ROSA.

All'inizio del 1942 i lavori nella cava di granito
vennero interrotti e tutte le forze disponibili utilizzate
nel settore della produzione di armi. Hitler
aveva bisogno di ogni tedesco come soldato nelle
regioni occupate e cos ci impiegarono per sostituire
i lavoratori richiamati dalla Wehrmacht. Nel nostro
campo fu predisposto un reparto di produzione di
armi per la ditta Messerschmitt, con il compito di
produrre piani alari e fusoliere per i loro aeroplani.
Il lavoro veniva svolto nelle grandi officine
per la lavorazione del granito, situate nella cava di
pietra, poi i piani alari e le fusoliere venivano prelevati
e trasportati altrove con dei convogli ferroviari,
per essere assemblati con altri pezzi: non sapemmo
mai se questa ultima fase si svolgesse in un altro
campo di concentramento o in una delle fabbriche
di aerei della Messerschmitt.
I lavori nella fabbrica di armi erano svolti
esclusivamente dai detenuti, formati e controllati
dal punto di vista tecnico da operai e impiegati tedeschi.'
Questi civili erano membri selezionati del partito
Nazionalsocialista, fedeli e ciecamente devoti al
regime hitleriano: nei primi tempi erano molto sostenuti
e pieni di s, e in noi vedevano solo degli schiavi
o dei criminali. Ben presto, per, - quando dopo la
sconfitta di Stalingrado inizi a delinearsi l'imminente
fallimento della macchina da guerra tedesca - cominciarono
a essere sempre pi cordiali e tentarono spesso
di instaurare con noi un contatto umano, portandoci
sigarette e alcol. Un modo per coprirsi le spalle di fronte
a un sempre pi probabile crollo della situazione.
In origine il campo di concentramento di Flossenbrg
era stato progettato e costruito per tremila
detenuti ma venne progressivamente ampliato, fino a
ospitare nel 1942 oltre diecimila uomini, che salirono
a diciottomila l'anno seguente. Poich era impossibile
costruire tante baracche quante ne sarebbero effettivamente
servite, tutti i blocchi erano sovraffollati e
nelle camerate potevano dormire anche pi di quattrocento
detenuti, anzich centocinquanta. Per lo
pi erano prigionieri di guerra o stranieri provenienti
dalle zone occupate: soprattutto russi e polacchi, ma
anche francesi, olandesi, inglesi, oltre a serbi, ungheresi
e rumeni.
La fabbrica di armi aveva bisogno di detenuti
che parlassero il tedesco, in quanto si lavorava giorno
e notte e in squadre di lavoro pi piccole rispetto al
passato, e questo accrebbe la necessit di capisquadra
e di ausiliari dalle file dei detenuti tedeschi. Anche
noi, degenerati della nazione tedesca, fummo parzialmente
coinvolti e avemmo il grande onore di
poter contribuire alla produzione di armi e di conseguenza
alla prosecuzione della guerra. Solo allora il
regime nazista si ricordava che i detenuti provenienti
dai territori del Reich eravamo tedeschi.
In un discorso enfatico, il comandante delle SS
ci promise che dopo la vittoria tedesca saremmo stati
tutti rilasciati se avessimo svolto bene il nostro lavoro
nella fabbrica di armi. Eravamo s detenuti, ma avremmo
dovuto comunque sentirci tedeschi e desiderare di
servire la patria come ci veniva richiesto; anche noi
avremmo dovuto contribuire affinch la Germania
trionfasse e il Terzo Reich sopravvivesse. Un bel discorso,
pensai tra me e me, ma purtroppo  solo una
presa in giro, e prudentemente non dissi nulla.
Da quel momento potemmo farci crescere i capelli,
ovviamente con un taglio militare, e assumere
un aspetto pi umano. Inoltre Himmler, il comandante
supremo delle SS, con un ordine speciale proib
che i detenuti tedeschi fossero condannati a punizioni
corporali senza l'autorizzazione dell'ufficio centrale
per la sicurezza del Reich: un ordine cui per non si
attenne nessuno dei comandanti, che continuarono a
picchiarci, seppure con pi discrezione. Tutte queste
concessioni per i detenuti tedeschi ovviamente non
valevano per gli ebrei tedeschi, men che meno per
gli ebrei che venivano dalle zone d'occupazione. Anche
noi con il triangolo rosa, a parte farci crescere i
capelli, non avemmo quasi nessun'altra facilitazione:
per le SS eravamo soggetti allo stesso trattamento degli
ebrei e perdipi, in quanto degenerati, venivamo
disprezzati ed evitati dai nostri stessi compagni di prigionia,
considerati alla stregua di rifiuti umani che
chiunque poteva pestare e ingiuriare.
Grazie ai miei buoni rapporti con l'anziano del
campo e con alcuni kap, fui il primo e l'unico triangolo
rosa a diventare kap nella fabbrica di armi. Anche
il lavoro come segretario presso la direzione per i
materiali edili fu determinante: nella fabbrica di armi
mi fu infatti assegnata la sorveglianza del magazzino
dei materiali per la produzione dei pezzi d'aeroplano.
Il mio compito era di sovrintendere all'assemblaggio e
alla distribuzione dei componenti per la fabbricazione
di parti dell'aeroplano, come pure alle ordinazioni di
ulteriori materiali presso la sede centrale della Messerschmitt.
Questo tipo di lavoro era denominato squadra
stazione, visto che il magazzino dei materiali
si trovava proprio dietro la stazione di Flossenbrg,
quindi all'esterno del campo. Ovviamente dipendevamo
da alcuni civili che mi istruivano e inoltravano
le mie ordinazioni alla loro centrale, ma una volta che
il lavoro inizi a procedere senza intoppi - anche grazie
alle misure organizzative che introdussi - i civili
finirono col prendersela comoda, affidandomi tutti i
lavori e limitandosi a controlli occasionali.
Anche l'Arbeitskommandofhrer, da cui dipendevo
dal punto di vista disciplinare, non si curava
particolarmente di me e si limitava ad accompagnare
la nostra squadra al posto di lavoro ogni mattina, per
poi ritornare con noi la sera. Di giorno trascorreva
quasi sempre il tempo a giocare a carte con i civili.
Insomma, quello della nostra squadra era un
posto molto tranquillo per tutti.
La squadra di lavoro che dirigevo era composta
da oltre venticinque uomini, tre dei quali erano
tedeschi - due omosessuali e un Testimone di Geova
- nominati capisquadra ausiliari; per il resto c'erano
solo russi e polacchi, che per non erano prigionieri
di guerra ma civili. Dato che n io n gli altri tre tedeschi
parlavamo le loro lingue, ci era quasi impossibile
comunicare, e a ogni nostro tentativo di spiegare
loro il lavoro da svolgere rispondevano sempre con un
non capire. Per questo motivo all'inizio della nostra
attivit i capisquadra ausiliari dovettero selezionare
e assortire da soli tutti i pezzi e i materiali richiesti,
per poi passarli ai russi e ai polacchi che li mettevano
in contenitori appositamente preparati: quando un
contenitore era pieno, veniva trasportato da un'altra
squadra nel reparto per il montaggio e la produzione
situato nella cava di pietra.
Questo modo di lavorare provocava ovviamente
molti ritardi nell'assortimento dei materiali che ci
venivano richiesti ogni mattina dai vari reparti. In
pratica, lavoravamo solo noi tedeschi, mentre gli altri
stavano a guardarci con le mani in tasca.
La situazione non mi andava gi, non solo per
l'ingiusta suddivisione del lavoro, ma anche perch
avevo paura di perdere il posto di caposquadra per incapacit:
gi il fatto che fossi l'unico kap con il triangolo
rosa dava fastidio al comandante, se poi si fossero
verificati anche dei ritardi nell'assemblaggio dei materiali,
rischiavo di essere accusato di sabotaggio.
Iniziai a riflettere finch non trovai una soluzione:
introdussi una numerazione progressiva dei vari
componenti. In realt, ogni pezzo aveva gi un suo
numero di fabbrica collocato in pi punti, io mi limitai
ad aggiungerne un altro: ad esempio, se un pezzo
di materiale portava il contrassegno supporto 711
F 453467, ora gli veniva aggiunto anche il mio numero
semplice, ad esempio 16, quest'ultimo scritto
in rosso e pi in grande per distinguerlo meglio dal
numero di fabbrica.
Dato che i russi non sapevano o non volevano
leggere il tedesco, fino a quel momento non erano
stati in grado di effettuare un assemblaggio di materiali
secondo il numero di fabbricazione. Dopo l'introduzione
della mia numerazione aggiuntiva i capisquadra
ausiliari traducevano in un numero tutte le
richieste dei reparti di produzione, dando poi ai nostri
compagni russi e polacchi una lista di numeri dei pezzi
da assemblare.
Adesso anche loro potevano svolgere il lavoro
senza problemi, in modo da evitare i ritardi. I dipendenti
della fabbrica di aeroplani furono entusiasti
della mia innovazione, soprattutto quando feci loro
notare che questo sistema avrebbe potuto ostacolare
eventuali azioni di spionaggio. La cosa fu riferita
immediatamente all'ufficio centrale di Berlino e anche
all'ufficio delle SS responsabile delle fabbriche di
armi nei campi di concentramento, in modo che la
soluzione da me escogitata potesse essere eventualmente
implementata anche in altre fabbriche di armi
in cui lavoravano detenuti stranieri. In questo modo
all'interno della fabbrica divenni quasi insostituibile,
il che in seguito mi permise di evitare il trasferimento
a una compagnia di detenuti destinata al fronte.
Ovviamente non ero io a scegliere chi veniva
assegnato alla mia squadra di lavoro, che era invece
compito della segreteria del campo, le cui scelte venivano
approvate dal tenente colonnello responsabile.
Dato che il mio posto di lavoro si trovava lontano
dall'area del campo, proprio al centro della zona
abitata da civili, non era soggetto ai controlli speciali
delle sentinelle o dei singoli sottufficiali delle SS, che
spesso si divertivano a giocare a caccia all'uomo.
Inoltre, ben presto mi feci la fama di essere un kap
benevolo e onesto, che pur essendo molto efficiente
non urlava mai con i detenuti n si permetteva di
picchiarli. La mia immagine di guardianoaffidabile
era gi ben nota a tutti i notabili grazie alla descrizione
che aveva fatto di me l'anziano del campo fin dai
tempi della nostra amicizia intima.
Per tutti questi motivi gli anziani e i kap dei
vari blocchi iniziarono a rivolgersi al kap superiore
e all'anziano del campo per ottenere che i loro amichetti
polacchi e russi venissero assegnati alla mia
squadra, che nel frattempo si era guadagnata il soprannome
di sanatorio.
Il comando era sicuramente a conoscenza delle
relazioni omosessuali al suo interno, che se scoperte
sarebbero state punite inesorabilmente; quindi, ufficialmente
le SS non dovevano sapere che i ragazzi
russi e polacchi assegnati agli anziani e ai kap come
uomini delle pulizie o aiutanti passavano anche nei
loro letti, e poich i notabili non potevano correre
dei rischi, fecero in modo di far assegnare i loro amichetti
alla mia squadra, dove sapevano che sarebbero
stati trattati bene. Nessuno di quei ragazzi, perlopi
tra i sedici e i vent'anni, era stato propriamente costretto
a mettersi alle dipendenze di un kap o di un
anziano, ma poich erano sempre affamati, erano i
primi a darsi da fare per cercare un posto da addetti
alle pulizie. Avrebbero avuto cos pi cibo e un lavoro
migliore, oltre alla contropartita: il letto del loro
capo, che per quasi nessuno o, meglio, nessuno considerava
come una costrizione vergognosa o come un
vizio.
Tra quei ragazzi scoppiavano anche dei litigi e
talvolta delle brevi risse, quando un ragazzo voleva
soffiare a un altro il suo capo, solo perch questi
era considerato particolarmente generoso. Io li trattavo
con molta comprensione, dato che fino alla mia
nomina a kap anch'io non ero stato altro che un
amichetto che come loro mirava ad avere cibo e
un lavoro leggero.
Cos nella mia squadra di lavoro di pi di venticinque
uomini c'erano sempre dai diciotto ai venti
ragazzi, che si distinguevano nettamente dalla massa
degli altri detenuti per l'aspetto in carne e per la divisa
sempre pulita e della taglia giusta.
All'inizio si davano un sacco di arie, pensavano
di poter scansare il lavoro e restarsene semplicemente
in magazzino a guardare o a giocare a carte in un angolo.
Poich mi limitavo a sollecitarli a lavorare, senza
mai picchiarli, interpretarono il mio atteggiamento
come un segno di debolezza e ritennero di poter fare
ci che pi gli garbava. Ma gi la sera del secondo
giorno mi presentai all'anziano del campo per lamentarmi
dei ragazzi che si sottraevano a qualsiasi lavoro
che proponevo rispondendomi che il mio capo dice
no lavorare: gli feci presente il pericolo che gli altri
detenuti della squadra si potessero lamentare della
situazione con il mio Arbeitskommandofhrer, il che
avrebbe potuto far scoprire le relazioni sessuali dei
giovani. Ci che riferii mise in allarme l'anziano del
campo che mi ringrazi.
Quegli stupidi castrati da ingrasso li metto in
riga io, disse, chiamando subito nel suo ufficio tutti
gli anziani e i kap che avevano un amichetto nella
mia squadra. In mia presenza fece loro presente senza
mezzi termini che i loro protetti dovevano lavorare e
attenersi scrupolosamente alle mie richieste, per evitare
che gli altri detenuti si lamentassero, causando
cos la fine dei loro incontri galanti.
Amici, mettete le cose in chiaro con i vostri
ragazzi e oggi sculacciateli per bene, cos che sappiano
cosa sta succedendo. Altrimenti metteranno in
pericolo tutti noi e la nostra posizione all'interno del
campo. Forza, signori, andate dai vostri giovanotti e
fategliela vedere. Prima le botte, poi l'amore!, concluse
ridendo, e anche gli altri lo imitarono.
Da quel giorno i ragazzi polacchi e russi lavorarono
come tutti gli altri detenuti. Il giorno seguente
notai che discutevano molto nella loro lingua,
che non capivo, ma dai loro gesti dedussi che i loro
capi li avevano bonariamente sculacciati, seguendo
il consiglio dell'anziano del campo, cosa che per
loro non potevano sapere. Erano stupiti che a tutti
fosse successa la stessa cosa e nello stesso giorno,
ma ci ridevano su divertendosi a raccontarlo. Adesso
mi obbedivano alla lettera ed eseguivano volontariamente
le richieste. Tu buono tovaric, no picchiare,
no sgridare, sempre buono, mi dicevano spesso. Pi
che un kap o un sorvegliante, mi consideravano un
compagno pi anziano.
Nella mia squadra in effetti il lavoro era tutt'altro
che pesante e i detenuti avevano veramente la
possibilit di rimettersi in forze, quasi si trovassero
appunto in un sanatorio. Le liste delle richieste
dei reparti di produzione venivano evase e i materiali
sistemati nei contenitori appositi nel giro di poche
ore, dopo di che potevamo chiacchierare, giocare a
carte o fumare, ammesso che avessimo le sigarette.
Un detenuto, cui veniva dato il cambio a ogni ora,
stava di guardia alla finestra all'entrata del magazzino
per avvertirci dell'arrivo di una SS o di un dipendente
civile: nel caso, ognuno prendeva in mano un pezzo
di materiale e passava indaffarato da uno scaffale
all'altro finch la visita di controllo non terminava.
Personalmente scattavo sull'attenti non solo
davanti alle sentinelle ma anche davanti ai dipendenti
civili, il che li lusingava visibilmente. E dato
che con me tutto pareva funzionare bene e le scadenze
venivano rispettate ogni volta, i controlli al
magazzino si limitavano al massimo a uno o due al
giorno, il che ci permetteva di restarcene tranquilli.
I vantaggi del mio ruolo di kap diventavano
sempre pi evidenti, dato che gli anziani e i kap dei
vari blocchi, i cui amichetti lavoravano da me, mi
concedevano ogni sorta di aiuti e mi regalavano cibo
e sigarette in abbondanza, e a volte anche denaro. A
quel punto, mi separai dal mio amico kap cui ero stato
legato nel reparto costruzioni: prima di tutto una
relazione era impensabile e non veniva tollerata dai
notabili; in secondo luogo, non avevo pi la necessit
di mantenere o di ricreare una relazione di comodo
finalizzata esclusivamente alla sopravvivenza. Adesso
appartenevo anch'io al gruppo dei notabili, anch'io
avevo un certo potere per quanto non lo esercitassi
direttamente, ma attraverso gli altri notabili i cui
amichetti lavoravano da me.
Ora potevo procurarmi cibo a sufficienza, cos
iniziai una relazione con un detenuto tedesco, anche
lui con il triangolo rosa: un rapporto senza secondi
fini, basato invece sulla comprensione e la fiducia reciproche.
Stavamo molto bene insieme ed eravamo -
felici, nella misura in cui si pu parlare di felicit in
un campo di concentramento. Ovviamente lo feci
trasferire come ausiliario nella mia squadra, cosa per
niente semplice e che richiese una bella somma per
corrompere chi di dovere.
Il mio nuovo amico era di Magdeburgo, aveva
ventisei anni e prestava servizio nella marina tedesca
come militare di carriera quando, durante una licenza,
una pattuglia lo aveva sorpreso in flagrante nel
gabinetto di una trattoria con un altro giovane soldato.
Dopo aver scontato sei mesi nel carcere militare
di Torgau, per ragioni inspiegabili non fu spedito al
fronte ma internato a Flossenbrg, dove rimase fino
alla chiusura del campo di concentramento nel 1945,
grazie anche all'aiuto dei notabili del posto che ero
riuscito a mobilitare e nonostante su di lui incombesse
la minaccia di un distaccamento alla feroce divisione
di detenuti di Dirlewanger.
Tutte le volte che una squadra rientrava al
campo, doveva fermarsi all'ingresso per essere contata:
vivi o morti, per le guardie l'importante era solo
che il numero di detenuti corrispondesse. Una sera,
il Lagerfhrer si era piazzato davanti al portone a sorvegliare
il ritorno delle squadre esterne. Quando arrivai
a passo di marcia con la mia squadra ebbi subito
la sensazione che stesse aspettando noi. Ordinai ai
miei compagni di fermarsi e feci un conciso rapporto:
Squadra di lavoro stazione con un kap e ventisette
uomini di ritorno dal servizio di lavoro. Granello
mi sorrise perfido e con il suo manganello mi tocc
il torace in corrispondenza del triangolo. Un rosso
un po' pallido, non  vero? O  proprio rosa? Gi,
un kap frocio, bene, ci mancava proprio alla nostra
collezione. Cos dicendo mi sferr un colpo violento
all'altezza dello stomaco. Restai immobile, aspettando
che mi ordinasse di passare.
Ma evidentemente aveva ancora voglia di divertirsi.
Guard il gruppo di detenuti della mia squadra
e, sogghignando cinicamente, aggiunse: Ci sono
molti giovanotti, e non  un caso, eh? Cos' questo,
un gruppo di Wandervgel?(1). Ma voi pi che fare
escursioni.... Cos dicendo inizi a sollevare con il
bastone la casacca dei miei ragazzi e aggiunse: Chi li
usa questi bei culi tondi? Di certo il vostro kap, non
 vero?.
I ragazzi russi e polacchi negavano scuotendo la
testa, il che serv solo a rafforzare in lui il sospetto che
avessi una relazione con alcuni di loro. Granello non
sapeva che erano stati gli anziani e i kap dei loro
blocchi a farli trasferire alla mia squadra e che erano
loro ad avere rapporti con i ragazzi. Anzi, era convinto
che io me li facessi uno dopo l'altro.
Le SS l intorno erano piegate in due dalle risate,
poich erano al corrente di tutti i retroscena e
conoscevano alla perfezione le relazioni in corso. Le
risate dei suoi sottoposti fecero uscire dai gangheri il
Lagerfhrer, il quale diede l'ordine che a ogni ingresso
e a ogni uscita della mia squadra iniziassi il mio rapporto
non pi con: Squadra di lavoro... bens con:
Squadra di rottinculo....
Dur alcuni giorni, e ogni volta le sentinelle
scoppiavano a ridere. A volte alcune dicevano la
loro, gridandoci dietro: Buon divertimento o cose
simili.
Un giorno per a sorvegliare le squadre al ritorno
dal lavoro trovammo il Lagerkommandant che,
immaginai, si sarebbe certo meravigliato della mia insolita
squadra di lavoro. Feci come sempre il mio rapporto,
solo a voce pi alta del solito, badando bene
che sentisse ci che dicevo: Squadra di rottinculo
con un kap e ventisette uomini di ritorno dal servizio
di lavoro!. In effetti venne subito da me e con
tono stizzito mi chiese: Ma che razza di rapporto 
questo? Chi te l'ha ordinato? Ma  disgustoso! Non
voglio sentirlo mai pi, capito?.
S, signor comandante!.
Poi volle sapere chi aveva dato l'ordine, ma io
non dissi una parola limitandomi ad alzare le spalle,
per non incorrere nella vendetta di Granello: il comandante
cap al volo e in tono perentorio gir la
domanda al caposquadra delle SS, il quale non ebbe
problemi a indicare il Lagerfhrer come l'iniziatore
di quella insolita formula di presentazione. A quel
punto il Lagerkmmandant mi ordin espressamente
di presentare la mia squadra solo con la definizione
ufficiale e si allontan scuotendo la testa.
La sera seguente Granello era ancora davanti
all'ingresso, questa volta un po' alterato: probabilmente
il comandante gli aveva fatto una bella lavata
di capo. Non appena ebbi fatto rapporto, mi chiese:
Carogna, sei stato tu a fare la spia al comandante?.
No, signor capitano, io non ho detto niente,
ma il signor caposquadra ha dovuto dirlo al signor comandante.
Il Lagerfhrer mi scrut diffidente e si rivolse
all'ufficiale che gli conferm ci che avevo detto. Poi
si allontan da me e ci fece entrare dicendo: Non
mi sarei mai aspettato tanto coraggio da parte di uno
sporco frocio.
Da quel giorno smise di perseguitarmi, anche se
stava sempre in agguato per potermi cogliere in castagna:
voleva a tutti i costi eliminarmi perch, come
spesso sosteneva, l'unico kap con il triangolo rosa
era la vergogna del campo.
 Note.
1. Associazione giovanile ricreativa tedesca, simile agli scout, dedita a escursioni,
attivit ginniche ecc. Prima dell'avvento del nazismo fu al centro di numerose
polemiche: alcuni dei suoi leader vennero accusati di tollerare e praticare l'omosessualit
all'interno dell'associazione [NdTJ.


CAPITOLO 9
IL BORDELLO E LE INCURSIONI AEREE.

Su ordine del comandante supremo delle SS Heinrich
Himmler, nell'estate del 1943 nel campo di concentramento
di Flossenbrg venne aperto un bordello
per detenuti, chiamato eufemisticamente blocco speciale:
all'interno dell'ex cinema, la platea fu suddivisa
in diversi ambienti che, arredati come salottini,
dovevano fungere da appartamenti e da alcove per le
ragazze. Il blocco speciale era soggetto alla sorveglianza
dell'infermeria, che doveva garantire il controllo della
salute delle signore e la guarigione degli ospiti.
Ovviamente tutti i detenuti non facevano altro che
parlare di questa novit, che ci era stata preannunciata
con diverse settimane di anticipo.
Tra i pi entusiasti c'erano soprattutto i verdi e
gli zingari, mentre i prigionieri politici si mostravano
pi scettici, convinti che non fosse altro che una manovra
dei nazisti per mascherare la situazione al fronte.
I Testimoni di Geova si rifiutarono di recarsi
al bordello per motivi di coscienza. Per quanto riguardava
noi omosessuali, Himmler aveva disposto
che fossimo obbligati a frequentarlo regolarmente
per guarire dal nostro orientamento.
Era prevista una visita obbligatoria alla settimana,
in modo che potessimo conoscere le gioie
dell'altro sesso. Questa direttiva del Reich dimostrava
soltanto che Himmler e i suoi consulenti scientifici
avevano capito ben poco dell'omosessualit, considerata
non come un orientamento pulsionale dell'essere
umano, ma come un vizio da guarire. Sfortunatamente,
dopo pi di venticinque anni di progresso
scientifico, la maggior parte dei personaggi competenti
dimostra ancora oggi la stessa ottusit.
Quando arriv il camion con le ragazze di
piacere, che molti aspettavano ansiosamente gi da
diversi giorni, scesero una decina di ragazze e di donne,
subito condotte alle loro camere. Provenivano
dal campo femminile di Ravensbrck, erano per lo
pi ebree e zingare, le SS le avevano arruolate con la
promessa di liberarle dopo sei mesi di servizio, se
nel frattempo si fossero messe volontariamente a disposizione
come prostitute. Le sevizie e le torture nel
campo femminile non dovevano essere da meno delle
nostre, altrimenti non si spiegherebbe perch delle
giovani detenute si fossero offerte volontarie per quel
lavoro; a spingerle era stata sicuramente la prospettiva
della libert e la speranza di non dover pi patire
brutalit, sevizie e fame.
In realt sacrificarono inutilmente la loro dignit,
illuse dalle menzogne dei loro carcerieri, che
dopo sei mesi di servizio le avrebbero sostituite con
altre detenute volontarie: al termine del periodo
previsto vennero eliminate nel campo di sterminio di
Auschwitz, dopo aver subito quasi duemila rapporti
sessuali.
Fin dal primo giorno dell'inaugurazione del
bordello, un centinaio di detenuti si rec a passo di
marcia al blocco speciale, che era aperto dalle cinque
alle nove di sera, e l'afflusso di clienti non accenn
mai a diminuire. Tra quelli che, ridendo e scherzando,
andavano dalle ragazze non c'erano solo uomini
vigorosi - come i kap e gli ausiliari - ma anche
individui malridotti, relitti umani affamati, con un
piede nella fossa: nonostante il loro aspetto macilento,
anche loro volevano spassarsela con le ragazze,
una conferma che quella sessuale  di fatto una
pulsione primaria.
Granello fece installare degli spioncini sulle
dieci porte delle alcove per permettere a s e ai suoi
sottoposti di spiare la vita amorosa dei detenuti e
poter poi raccontare in giro quali posizioni aveva assunto
questo o quello durante l'atto sessuale. Spesso
mi sono chiesto se in quella sessualit repressa non si
nascondesse una perversione peggiore della mia omosessualit.
Il Lagerfhrer mi ordin per tre volte di recarmi
al bordello, un'esperienza che si rivel non solo imbarazzante
ma addirittura straziante. Cosa si aspettavano
da me? Che mi sentissi appagato o che mi eccitassi
alla vista di quella ragazza emaciata stesa sul letto,
che sollevava le gambe gridando: Avanti, fallo! Di,
muoviti!. Anche lei evidentemente voleva porre
termine il prima possibile a quella situazione. Inoltre
sapevo che da dietro lo spioncino un ufficiale mi
stava osservando. Queste gioie dell'altro sesso non
potevano certo guarirmi: al contrario, quei rapporti
sessuali mi crearono un tale disagio che non fui mai
pi tentato dall'avere rapporti intimi con una donna,
e la mia omosessualit semmai ne usc rafforzata.
Poich l'afflusso al bordello non accennava a
diminuire, non mi ordinarono pi di recarmi l; tuttavia,
per non dare nell'occhio, una volta alla settimana
mi iscrivevo, pagavo i miei due marchi e ci mandavo
un altro detenuto, a mio nome.
I notabili vi si recavano con regolarit, spesso
portavano alle signore qualche regalo, da una salsiccia
alle mutandine di pizzo, il che rendeva le loro
visite particolarmente apprezzate.
Molti frequentavano sempre la stessa ragazza
e ne parlavano come di una relazione stabile, ma
come  comprensibile non di rado capitava che dieci
o quindici detenuti considerassero la stessa ragazza
come la loro fidanzata:  quasi un miracolo che per
questo motivo non si siano verificati degli omicidi tra
i detenuti.
A prescindere dalle visite periodiche al bordello,
i pi anziani e i kap continuarono a mantenere i
loro amichetti, dai quali evidentemente non volevano
separarsi: non potevo biasimarli, dato che i ragazzi
russi e polacchi sembravano pi puliti e soprattutto
in migliori condizioni delle ragazze del bordello.
Verso la fine del 1943 Himmler stabil una nuova
disposizione per 1'eliminazione dei deviati sessuali,
cio degli omosessuali: chi di noi si fosse fatto
castrare mantenendo una buona condotta sarebbe
stato rilasciato. Alcuni detenuti con il triangolo rosa
credettero a queste promesse e per uscire dalla morsa
mortale del campo si sottoposero alla castrazione, ma
nonostante la buona condotta - la cui valutazione dipendeva
dall'umore del Blockfhrer e del Lagerfhrer
- furono s rilasciati, ma per essere spediti in Russia,
a combattere, dove ebbero l'onore di morire eroicamente
per Hitler e Himmler.
Il Lagerfhrer un giorno mi chiese: Senti, frocio
di un kap, sei gi stato castrato?.
No, signor Lagerfhrer.
E non vuoi provvedere?.
Signor Lagerfhrer, voglio uscire di qui come
quando sono entrato.
Tu e tutta questa marmaglia di froci non tornerete
mai a casa, mi inform stizzito.
Con queste parole aveva ammesso che, nonostante
le promesse del Lagerkommandant e di tutto il
comando supremo delle SS, non saremmo mai stati
rimandati a casa, neanche in caso di buona condotta.
Dovevamo venire sterminati, come era previsto fin
dal 1938.
Comunque, mi rifiutai di venire castrato e il
Lagerfhrer ne approfitt per liberarsi con un pretesto
dell'unico kap dal triangolo rosa: in base a un ordine
di Himmler, organizz un reclutamento volontario
di detenuti tedeschi da mandare in Russia a rafforzare
la divisione di Dirlewanger.
Il colonnello delle SS Dirlewanger era un ex tenente
condannato pi volte dalla corte marziale che,
dopo aver scontato parte della pena in carcere, era
stato graziato e incaricato di dirigere un reggimento
di detenuti, allorch all'inizio della campagna di
Russia la resistenza partigiana aveva messo in serie
difficolt il fronte tedesco orientale.
Il suo reggimento, che ben presto era diventato
una vera e propria divisione, era composto essenzialmente
da detenuti dei penitenziari militari e delle
carceri e veniva impiegato solo contro i partigiani
russi.
Dirlewanger si rivel da subito una belva e rimase
fino alla fine un autentico criminale. Nelle sue
azioni non ebbe mai il minimo scrupolo e non esit
a sterminare interi villaggi russi anche solo sospettati
di simpatizzare con i partigiani, bruciando vivi gli
abitanti nelle loro case o massacrandoli senza piet,
anche se erano solo donne, vecchi e bambini. Pare
che con la medesima spietatezza eliminasse i propri
uomini durante gli scontri con i partigiani, facendoli
mitragliare con la complicit di alcuni ufficiali della
sua divisione.
Noi detenuti ne eravamo al corrente, grazie alle
stazioni radio straniere. Il Lagerfhrer prepar una lista
dei volontari per la divisione di Dirlewanger e
vi incluse anche il mio nome: in questo modo avrei
potuto cancellare l'onta della mia omosessualit, mi
disse sogghignando, convinto di aver finalmente liberato
il suo campo dal kap con il triangolo rosa.
Riferii subito la cosa agli impiegati civili della
fabbrica di armi, pregandoli di aiutarmi. Questi telefonarono
alla loro centrale, sostenendo che la mia
presenza era assolutamente indispensabile e che un
mio trasferimento sarebbe equivalso a sabotare la
produzione della fabbrica: la centrale doveva assolutamente
pretendere che rimanessi a svolgere il mio
ruolo di kap. Riferirono anche che ero sempre stato
zelante sul lavoro, dandomi da fare perch le ordinazioni
e le forniture dei materiali venissero evase senza
intoppi. Sottolinearono come ero riuscito a mantenere
il controllo dei miei sottoposti senza essere mai
brutale, anzi spronandoli a lavorare.
La direzione dell'azienda - come venni a sapere
successivamente dagli impiegati - si mise in contatto
con il gabinetto del ministro Speer, il quale a sua
volta contatt l'ufficio centrale dei campi di concentramento
presso il comando supremo delle SS, col
risultato che il giorno seguente il Lagerkommandant
ricevette una telefonata dall'ufficio di Himmler in
cui gli veniva dato espresso ordine di farmi restare
fino al termine della guerra presso il magazzino materiali
di Flossenbrg: venni convocato nel suo ufficio
quella sera stessa e il Lagerkommandant in persona,
in presenza del Lagerfhrer, mi comunic che, per ordini
superiori, sarei dovuto restare nel campo come
kap della mia squadra. Lod inoltre il mio lavoro,
definendolo importante, e mi conged quasi benevolmente,
mettendomi la mano sulla spalla mentre stavo
per andarmene.
Da quel giorno il Lagerfhrer mi lasci veramente
in pace e mi accett come kap, addirittura spesso
mi rivolgeva la parola quando mi incontrava, senza
offendermi o minacciarmi n fare pi riferimento al
mio orientamento sessuale. Per il resto mi evitava e
con i suoi sottoposti mi definiva spesso come il kap
frocio per grazia di Himmler.
Anche i detenuti pi in vista del lager iniziarono
a considerarmi un kap come gli altri nonostante
il triangolo rosa, e perfino i prigionieri politici non
avevano pi nulla in contrario ad accogliermi tra le
loro file sebbene fossero quelli pi ostili ai loro compagni
di prigionia omosessuali, e per lo pi lo sono
ancora anche oggi.
A proposito del disprezzo dei detenuti politici
verso i triangoli rosa, vorrei aggiungere quanto segue.
Fino al 1942, succedeva frequentemente che i vari
campi di concentramento, per ridurre il numero di
prigionieri, spedissero a intervalli periodici nei campi
di sterminio un centinaio o anche pi di detenuti,
da eliminare col gas o con iniezioni di veleno. La
selezione di quanti andavano liquidati era affidata
all'ufficio segreteria dei detenuti con a capo l'anziano
del campo: se questi era un prigioniero politico,
la stragrande maggioranza dei detenuti destinati allo
sterminio sarebbe stata di triangoli rosa.
Dopo la guerra lessi la dichiarazione di un ex
detenuto politico, con mansioni di anziano, secondo
il quale nei campi di sterminio venivano inviati i
detenuti meno validi e meno importanti(1). A dimostrazione
di come nel campo fossimo considerati inferiori,
perseguitati e mandati a morire addirittura dai
compagni che stavano nella nostra stessa barca. Non
avrebbe dovuto essere cos ovvio.
Chi dava loro il diritto di ergersi a nostri giudici
e di considerarci cos? Dopotutto non avevamo
mai fatto del male a nessuno n attentato al bene
comune.
Tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944 inizi
la fase degli allarmi aerei: in realt, gi da un po'
l'allarme aveva cominciato a suonare di notte, ma
ora accadeva anche di giorno. Quando partiva la sirena,
tutti i detenuti dovevano radunarsi nelle loro
camerate e restarci finch non cessava: per noi non
c'erano bunker antiaerei, ma non avevamo paura,
perch ci fidavamo delle notizie che ascoltavamo di
nascosto: i campi di concentramento non sarebbero
stati bombardati dagli alleati, e in effetti le cose andarono cos.
A ogni modo, per diversi giorni e diverse notti
le SS ci fecero scavare profonde gallerie nella collina
vicina al nostro campo, dove si rifugiavano di corsa
quando suonava l'allarme: evidentemente facevano
gli eroi solo davanti a noi, per il resto se la facevano
sotto. Le sentinelle in servizio non lasciavano mai incustodito
il campo ma si rifugiavano in una delle baracche
dei detenuti, dove probabilmente si sentivano
altrettanto sicuri che nelle loro gallerie; forse anche
loro - nonostante la minaccia di fucilazione - ascoltavano
le stazioni radio nemiche e quindi sapevano che
nell'area del campo non gli sarebbe accaduto nulla.
Quando c'era bel tempo e suonava l'allarme si
potevano distinguere bene le squadriglie di bombardieri
degli alleati, a un'altezza di circa diecimila metri.
Allora centinaia di questi uccelli argentati sfavillavano
sotto il sole, ben ordinati, uno dopo l'altro. L'aria
rimbombava terribilmente per il rumore dei motori
e lo spostamento d'aria creava una strana musica facendo
vibrare le nostre ciotole di latta le une contro
le altre sugli scaffali.
Ci chiedevamo allarmati dove avrebbe colpito
l'azione di rappresaglia degli alleati e dove sarebbero
cadute le bombe: ovviamente anche noi eravamo
angosciati, molti avevano casa e parenti nelle zone
bombardate. Allo scoppio delle bombe eravamo in
grado di stabilire con una certa precisione quale citt
era stata colpita. Che si trattasse di Norimberga, di
Wrzburg, di Weiden o di Bayreuth, le nostre baracche
vibravano per lo spostamento d'aria provocato
dalle esplosioni.
Anche se ritenevano ogni colpo inferto al regime
nazista pi che legittimo, quelle incursioni aeree
non ci erano indifferenti, e la preoccupazione per i
nostri cari ci impediva di provare gioia. Probabilmente
i bombardamenti sulle citt tedesche, in cui persero
la vita migliaia di persone innocenti che come
noi rifiutavano la guerra, erano decisivi per gli alleati,
soprattutto dal punto di vista psicologico: non voglio
pronunciarmi in merito, ma posso dire che non furono
certo pagine gloriose della guerra.
Ai bombardamenti dell'aeronautica alleata si
affiancavano anche gli attacchi a volo radente sul territorio
tedesco. Anche a Flossenbrg si verificavano
ogni settimana attacchi del genere, diretti non contro
il campo detenuti bens contro le parti di aerei pronte
e gi caricate sui vagoni ferroviari: giorno e notte gli
alleati sapevano con una precisione incredibile quando
i treni uscivano dall'area della fabbrica del campo
e li distruggevano puntualmente attaccandoli a bassa
quota. Cos le parti degli aerei da noi montate dovevano
tornare nelle officine per essere riparate o addirittura
ricostruite e poteva capitare che una fusoliera
ripassasse in fabbrica anche tre o quattro volte prima
di riuscire a essere spedita, dopo essere stata colpita
altrettante volte dagli aerei alleati. Su questa tattica
di guerra nessuno di noi aveva niente da eccepire, e
anzi la approvavamo tutti incondizionatamente.
Una sera di luglio del 1944, tutti quelli che riuscivano
ancora a camminare presero a correre di qua
e di l e a confabulare tra loro a bassa voce. Al mio
rientro rimasi esterrefatto alla notizia che Hitler aveva
subito un attentato ed era morto: mio Dio, pensai,
fa' che non sia solo una chiacchiera ma la verit, fa'
che quel boia della Germania e dell'Europa sia crepato
una buona volta. Ma la provvidenza decise altrimenti.
Nella mezzanotte tra il 20 e il 21 luglio 1944
dagli altoparlanti potemmo sentire il nostro amato
Fhrer parlare a tutto volume: ancora una volta la
provvidenza l'aveva salvato per la vittoria del popolo
tedesco... Maledetta provvidenza, pensai... ci sta
capitando proprio come al vecchio Kaiser austriaco
Francesco Giuseppe, al quale - come una volta ebbe a
dire lui stesso - nulla fu risparmiato.
Gi a partire dal pomeriggio del 20 luglio il comando
del campo aveva rafforzato il corpo di guardia
sulle torri e all'ingresso e la sera, dopo il rientro
delle squadre di lavoro, dovemmo recarci subito nei
rispettivi blocchi senza che si tenesse l'appello serale
e senza poter lasciare le camerate, il che accrebbe la
gi forte tensione all'interno del campo. Dopo il discorso
di Hitler ci fu di nuovo permesso di uscire dalle
camerate, ma il contingente sulle torri di guardia non
venne ridotto.
Poi giunsero a Flossenbrg i primi convogli di
congiurati del 20 luglio 1944: ufficiali in uniforme
con le decorazioni, semplici soldati e molti civili,
provenienti da tutte le regioni del Reich, molti di
loro ancora sanguinanti per le botte della Gestapo
che li aveva arrestati e interrogati. E di nuovo ci fu
un gran daffare nel crematorio, dove vennero bruciati
i loro cadaveri.
Il Lagerfhrer si sent in dovere di tenere un
discorso dopo l'appello serale, in cui attribu la responsabilit
della congiura e dell'attentato contro il
nostro amato Fhrer all'internazionale ebraica e
omosessuale: i suoi stessi sottoposti se la risero di
questa stupidaggine, poich era palese che si fosse
trattato di una semplice congiura dei generali e degli
ufficiali della Wehrmacht.
A ogni modo, il Lagerfhrer descrisse l'accaduto
come se dietro ai militari ammutinati ci fossero veramente
gli ebrei e gli omosessuali. Pur conoscendo
il suo odio nei nostri confronti, in questo caso aveva
detto proprio una sciocchezza, attribuendoci un'eccessiva
influenza politica; senza contare che quella
era la prima volta che sentivo parlare di un'internazionale
omosessuale. Mi sarebbe piaciuto - e mi piacerebbe
anche adesso - che un'associazione di quel
tipo esistesse davvero, ma in base alla mia esperienza
 molto improbabile che possa accadere.
Negli ultimi mesi del 1944 il Lagerfhrer comunic
alcune disposizioni che contribuirono ad alleviare
le nostre condizioni, e anche il trattamento
riservatoci dai sorveglianti miglior: non che fossero
state abolite le frustate o i pestaggi, ma ora avvenivano
quasi sempre a porte chiuse e di fronte ai detenuti
le SS si davano un contegno. Erano i primi segnali
che i nazisti non credevano pi a una vittoria della
Germania.
Cos sul piazzale poterono svolgersi delle partite
di calcio. O meglio, dovettero svolgersi, infatti,
la domenica il Lagerfhrer ordinava: Oggi il blocco
dieci gioca a pallone contro il blocco undici.
Gli anziani dei vari blocchi dovevano formare
ciascuno una squadra: bisogna per tener presente
che non stiamo parlando di persone che volevano
davvero giocare o magari di ex calciatori; semplicemente
venivano selezionati dai dodici ai tredici uomini
ancora in grado di correre dietro a un pallone
per novanta minuti, a prescindere dal fatto che sapessero
giocare. Quindi  facile immaginare come si
svolgeva la partita.
Oppure nell'edificio dei bagni si tenevano degli
incontri di pugilato, i cosiddetti campionati dei
blocchi. Al campione, giustamente, non veniva
assegnata una coppa ma una pagnotta, certamente
pi gradita. Noi detenuti con il triangolo rosa eravamo
esclusi da tutte queste attivit sportive - come diceva
spesso il Lagerfhrer, i froci si sarebbero eccitati
alla vista delle cosce e dei toraci nudi dei giocatori e
dei pugili - e ovviamente neanche gli ebrei potevano
partecipare. Il Lagerfhrer riteneva inconcepibile che
dei detenuti ariani si mescolassero in una competizione
sportiva con uno sporco giudeo o un frocio.
Lo scopo di queste manifestazioni sportive e
delle altre migliorie alla nostra vita era soltanto quello
di distrarci: dalle discussioni politiche tra di noi
sullo scontento del popolo tedesco rispetto al regime,
ma anche dalla drammatica situazione in cui versava
la Germania, diventata teatro di guerra.
Le manovre delle SS non servivano a nulla: tutti
i detenuti che si interessavano di politica conoscevano
fin troppo bene le condizioni della Germania e
del popolo tedesco, e sapevano anche quanto si dessero
da fare gli alti papaveri del regime per mascherare
la situazione. Il Terzo Reich era ormai prossimo al
crollo sotto i colpi delle forze alleate.
I notabili del campo avevano ben altre preoccupazioni
che giocare a calcio o partecipare ai tornei
di pugilato. Temevamo che di notte formazioni aeree
tedesche potessero bombardare il nostro campo per
cancellare quella vergogna del regime nazista, per poi
attribuirne la responsabilit agli alleati.
Se non  accaduto, non  stato per l'umanit
dei dirigenti nazisti, ma solo perch i nostri aguzzini
non avevano pi benzina per i loro aerei.

Note.
1. Si tratta probabilmente di un riferimento al testo di Eugen Kogon, Der SS-Seaat. Das System der deutschen Konzentrationshger, Mnchen 1974 [NdT],
 
CAPITOLO 10.
LA FINE, RITORNO A CASA.

Una domenica mattina del gennaio del 1945 tutti
i detenuti tedeschi dovettero presentarsi sul piazzale
dell'appello. Non sapevamo cosa volesse da noi il
comando del campo e tra le nostre file circolavano le
voci e le chiacchiere pi strane. Nella totale confusione
ci disponemmo in fila per cinque e aspettammo il
Lagerkommandant che, come era trapelato, voleva farci
una comunicazione importante. Eravamo soltanto un
migliaio di uomini, dato che gli ebrei tedeschi non potevano
presenziare in quanto non tedeschi.
Dopo un'ora buona d'attesa, verso le nove,
l'alto ufficiale arriv assieme al suo aiutante, ai due
Lagerfhrer e a uno stuolo di ufficiali: tutti si pavoneggiavano
nelle uniformi con le decorazioni e le
medaglie. Dopo che l'anziano ebbe fatto rapporto al
Lagerkommandant, questi inizi il suo discorso.
Sottoline il fatto che, col nostro zelante lavoro
nella fabbrica di armi, avevamo dimostrato di
avere ancora sangue tedesco e di voler dare il nostro
contributo al servizio della patria, ma proprio per
questo ora avevamo il dovere di difenderla questa
nostra patria, la nostra Germania, la cui esistenza
era minacciata da tutte le parti.
Ecco giunto il momento in cui ognuno di noi
avrebbe potuto dimostrare che stava veramente dalla
parte del Reich. Era perci lieto di comunicarci che
da quel momento tutti i detenuti tedeschi non sarebbero
pi stati considerati tali, ma che dopo un periodo
di prova sarebbero stati reinseriti nella comunit
come membri a tutti gli effetti del popolo tedesco.
Tutti noi l presenti, salute permettendo, saremmo
stati addestrati all'uso delle armi e raggruppati
nelle cosiddette Werwolfkompanien (compagnie
dei lupi mannari). Ora eravamo quasi uomini liberi,
tranne che per il fatto che non dovevamo lasciare il
campo. Ognuno di noi abile alle armi sarebbe entrato
in una di queste compagnie e avrebbe ricevuto come
distintivo una fascetta bianca con la sigla PL, vale a
dire polizia del campo.
Finito il discorso, ce ne tornammo al nostro
blocco. Molti erano contrari all'addestramento militare,
temevano giustamente di essere spediti al
fronte, incontro a una morte certa, proprio quando
la Germania hitleriana stava crollando; ad altri invece
l'idea dell'addestramento non dispiaceva, perch
speravano di avere a disposizione delle armi da usare
per contro le SS e i nazisti.
Le Werwolfkompanien, il nome dato dai nazisti
alle loro brigate partigiane, avevano il compito di organizzare
singole azioni di guerriglia contro le forze
alleate, allo scopo di disturbare il nemico nell'area
tedesca occupata. Personalmente non volevo farne
parte, e dicevo tra me e me: sono un avversario della
Germania hitleriana, perci i suoi nemici non sono i
miei, dopotutto non mi sono mai sentito tedesco, ma
sempre e solo austriaco. E ora noi detenuti - dopo essere
stati percossi, torturati, umiliati per anni dai nazisti
- dovremmo anche aiutarli a mantenere in piedi
il loro regime basato sull'oppressione e sul delirio
razzista, per poi tornarcene dietro un filo spinato una
volta fatto il nostro dovere verso la patria, sempre
che non crepiamo prima?
No e poi no: ero assolutamente contrario, e il
canto della Lorelei del Lagerkommandant non mi
incantava. Mi sentivo per isolato, con il mio triangolo
rosa, e non mi arrischiai a dire apertamente la
mia opinione agli altri. Mi confidai solo con alcuni
detenuti austriaci con i quali pi tardi sarei tornato a
casa: Ragazzi, dissi, l'occupazione tedesca dell'Austria
ha i minuti contati, e il nostro Paese risorger.
Teniamoci fuori da tutta questa storia. Lasciamo che
se la risolvano da soli i signori nazisti o i loro seguaci.
Aspettiamo che gli americani o i russi ci liberino.
E cos facemmo: o meglio, accettammo anche
noi la fascetta bianca perch non era prudente rifiutarla,
determinati per, nel caso fossimo stati effettivamente
spediti a combattere, a passare alla prima occasione
sotto la protezione dei russi o degli americani.
Tre detenuti tedeschi, che dovevano aver preso
troppo sul serio la promessa del comandante e il loro
nuovo status di ex detenuti ormai liberi, si erano
allontanati un po' troppo dall'area del campo durante
un servizio all'esterno. Una delle pattuglie li uccise a
colpi di fucile durante un tentativo di fuga.
Chiunque poteva rendersi conto che in realt
non era cambiato nulla e che continuavamo a essere
il bersaglio delle SS, con l'unica differenza che ora
dovevamo anche servire come carne da macello per
prolungare di qualche giorno la vita e il dominio dei
nostri aguzzini. Negli uffici delle SS le stufe lavoravano
senza sosta per distruggere le prove dei loro omicidi
e i loro strumenti di tortura: non solo distrussero
tutti gli atti riguardanti i detenuti condannati e
le loro schede personali, ma anche i manganelli e i
nerbi di bue, credendo cos di poter cancellare i loro
misfatti.
Un giorno, nel marzo del 1945, improvvisamente
si sparse la voce che gli americani stavano dirigendosi
con i loro carri armati verso il nostro campo
e che nel giro di poco tempo l'avrebbero circondato
e ci avrebbero liberati: tutte le SS e le sentinelle che
prestavano servizio all'esterno, tutti quelli che portavano
un'uniforme di colpo sparirono correndo a rifugiarsi
nei boschi circostanti. Tutto il campo non era
pi sorvegliato dalle SS.
Le grida di gioia si levarono ovunque. Appendemmo
fuori dalle finestre dei lenzuoli bianchi e ne
stendemmo altri sui tetti dei blocchi, come segno della
nostra disponibilit a consegnarci agli alleati. A
nessuno venne in mente di attivare le Werwolfkompanien, perch la libert ormai era vicina e con essa la
fine di quell'infame prigionia.
Le ragazze del bordello furono portate sulla
piazza dell'appello, dove si misero a ballare, accompagnate
dall'indescrivibile giubilo dei detenuti. Noi
della polizia del campo avemmo un bel daffare a evitare
saccheggi e devastazioni: l'anziano voleva infatti
consegnare il campo agli americani in ordine e per
questo non permise nessuna trasgressione da parte dei
detenuti, ma nello stesso tempo assicur che a ognuno
sarebbe stata distribuita una razione sufficiente di
carne, pane e vino presa dalle scorte delle SS, il che
accrebbe ancora di pi l'entusiasmo.
All'improvviso le SS rientrarono e degli americani
non c'era pi traccia. Tutto torn come prima
e i detenuti rientrarono nei loro blocchi a testa china,
profondamente abbattuti, mentre i sorveglianti
ripresero in mano la situazione con la solita brutalit,
sebbene fossero impressionati che noi della polizia
avessimo impedito il caos.
La vita del campo riprese il suo solito tran tran,
ma si trattava di una normalit solo apparente. Infatti
il trattamento dei detenuti da parte delle SS era decisamente
migliorato, segno che anche i nostri aguzzini
non credevano pi in una vittoria della Germania
hitleriana e quindi non osavano pi compiere atti di
violenza gratuiti. Per quanto marciassimo tutti i giorni
al lavoro nella fabbrica di armi, nessuno pi ci veniva
a controllare: non facevamo niente e passavamo
il tempo a discutere della fine imminente del regime e
dei modi migliori di ritornare alle nostre case.
Come poi venimmo a sapere, alcuni sottufficiali
si erano procurati delle divise da detenuto nell'intento
di mimetizzarsi tra noi approfittando dell'inevitabile
confusione all'arrivo degli americani. Alcuni in
effetti ci riuscirono, ma in seguito vennero comunque
arrestati e condannati dalle forze di occupazione alleate.
Alcuni aguzzini delle SS ebbero addirittura la
spudoratezza di raccogliere firme di detenuti che testimoniavamo
che con noi si erano sempre comportati
correttamente e che non si erano mai macchiati di
nessuna atrocit. Alcuni detenuti firmarono, in cambio
di poche sigarette. In ogni caso, finalmente era
arrivata l'ora della capitolazione psicologica delle SS.
Potevo capire che anche loro volessero sopravvivere
al crollo del regime e temessero la vendetta e la
rabbia repressa dei detenuti che fino a quel momento
avevano oppresso. Ma quegli sgherri ne avevano il
diritto? Proprio loro, che per anni si erano comportati
come belve? A nessuno di loro ho mai augurato
la morte o le stesse torture che ci infliggevano, ma
volevo vederli puniti.
Il 20 aprile 1945 alle cinque del mattino suon
l'allarme e dagli altoparlanti ci ordinarono di recarci
sul piazzale dell'appello con tutti i nostri averi. Era il
compleanno di Hitler, e ogni anno si teneva sempre
una festa al mattino presto, per non ritardare il nostro
lavoro; tutti noi per sapevamo bene che questa
volta non sarebbe stata la consueta festa di compleanno
del Fhrer.
Il comandante infatti ci comunic che, poich
il nemico era ormai vicino, saremmo stati evacuati a
piedi per essere trasferiti nel campo di concentramento
di Dachau; senza mezzi termini ci inform anche
che chi non avesse tenuto il ritmo di marcia o avesse
tentato di fuggire sarebbe stato giustiziato all'istante.
La situazione doveva proprio essere grave, perch immediatamente
ci mettemmo in marcia e per noi inizi
un vero calvario: le SS avevano ancora ogni potere e
ci fecero sperimentare la loro brutalit.
Mi ero unito a cinque austriaci con il triangolo
rosso e marciavamo insieme in quella colonna di disperati,
pronti a staccarci dal gruppo alla prima occasione
e a tornare per conto nostro in patria.
Il percorso previsto doveva passare da Cham,
Straubing, Mengkofen, Landshut e Freising fino a
Dachau, ma poich percorrevamo strade secondarie
la distanza si era praticamente raddoppiata. Inoltre,
non riuscivamo a liberarci dal sospetto che non intendessero
affatto portarci a Dachau ma ammazzarci
tutti durante il tragitto. Durante la marcia molti detenuti
crollarono sfiniti e se non si rialzavano immediatamente
la scorta li fucilava sul posto, lasciando i
corpi ai lati della strada. Pur sapendo che era ormai
vicino il giorno in cui avrebbero dovuto rendere conto
di tutto, gli uomini delle SS continuavano imperterriti
a massacrare i detenuti sfiniti.
Trovavo tutto ci ancora pi riprovevole delle
torture praticate nel campo, perch dimostravano
che il loro fanatismo si sarebbe spento solo sopprimendoli.
Lungo il percorso lasciavamo dietro di noi
i cadaveri nelle loro pozze di sangue che gli abitanti
delle zone circostanti seppellivano per evitare un'epidemia,
il pi delle volte alla bell'e meglio per mancanza
di tempo.
La sera del 22 aprile 1945 ci accampammo in
un boschetto nei pressi del paesino di Cham. Sfiniti
da tre giorni di marcia, molti detenuti avevano i piedi
scorticati e pieni di vesciche. Alcuni, resi ormai quasi
apatici dallo sfinimento, si auguravano di morire subito
piuttosto che dover continuare la marcia.
All'alba del giorno seguente si diffuse tra noi
una certa agitazione, finch ci rendemmo conto che
durante la notte le SS se ne erano andate lasciandoci
soli. Quando ne avemmo la certezza, scoppi il finimondo:
le scorte e le cucine del convoglio furono
subito saccheggiate, tutto ci che ricordava il campo
di concentramento venne distrutto, e i lunghi anni
di oppressione trovarono uno sfogo in una rabbia
distruttiva. Noi sei austriaci ci staccammo immediatamente
dagli altri, perch temevamo che le SS
si fossero solo nascoste nei dintorni e che volessero
ammazzarci tutti sparando nel mucchio.
Una cosa era certa: i russi o gli americani non
potevano trovarsi molto distanti da noi, altrimenti le
SS non avrebbero abbandonato cos di fretta la nostra
colonna. Tenendoci sempre al riparo, procedemmo
con cautela in direzione di Passau, perch temevamo
di cadere nelle mani di qualche SS o poliziotto militare
tedesco, che ci avrebbero certamente uccisi seduta
stante.
Allo stesso tempo per cercavamo di individuare
delle truppe o dei carri armati alleati, che fino a
quel momento non eravamo ancora riusciti a scorgere.
Probabilmente ci stavamo muovendo nella terra
di nessuno della zona del fronte, un'impresa estremamente
rischiosa.
Al calar della notte trovammo rifugio nel fienile
di una casa di campagna e ci preparammo un
giaciglio. Finalmente eravamo soli, senza i guardiani,
finalmente liberi. Per quanto il nostro futuro potesse
essere incerto, sarebbe stato sicuramente migliore.
Espressi l'intenzione di andare a casa dal contadino
per procurarci qualcosa da mangiare e per informarlo
che volevamo utilizzare il suo fienile come
alloggio per la notte, ma i miei compagni temevano
che potesse denunciarci a qualche pattuglia tedesca.
Riuscii a dissipare i loro pur comprensibili dubbi facendo
presente che difficilmente il contadino si sarebbe
azzardato a consegnarci alle truppe tedesche.
Gli americani dovevano essere vicini e avrebbero potuto
distruggere la sua fattoria se lo avessero saputo.
Furono tutti d'accordo, cos tre di noi andarono
dal contadino e gli riferirono tutto quello che avevamo
deciso.
A qualcuno il nostro atteggiamento potr forse
sembrare eccessivamente cauto, ma eravamo cos
diffidenti verso tutto ci che si trovava al di fuori del
campo, che essere prudenti ci sembrava indispensabile
per sopravvivere. Non volevamo restare schiacciati
proprio all'ultimo momento sotto le ruote del
nazifascismo: volevamo restare vivi.
Il contadino, impressionato dal fatto che gli
chiedessimo ci che avremmo potuto semplicemente
prenderci, ci tratt con generosit. Dopo averci ben
rifocillato, voleva addirittura che dormissimo l in
casa ma, date le nostre condizioni, declinammo gentilmente
l'offerta e andammo a dormire nel fienile.
All'alba fummo svegliati da un forte crepitio e
da un fragore di catene. Ci alzammo immediatamente
per controllare se si trattava di carri armati tedeschi o
americani: quando vedemmo la stella bianca sul primo
carro, srotolammo subito le bandiere bianche che
avevamo preparato e sventolandole corremmo loro
incontro gridando: Lager! Lager! Lager!. Evidentemente
avevano gi capito chi eravamo dalle nostre
divise a righe, perch la colonna si ferm e, mentre
alcune mitragliatrici venivano puntate minacciosamente
verso di noi, la cupola del primo carro armato
si apr e ne usc un ufficiale americano che inizi a
guardarci con aria interrogativa.
Come avevamo precedentemente stabilito, in
un buon inglese scolastico dissi: Sir, siamo detenuti
politici austriaci e Le chiediamo aiuto e protezione.
L'ufficiale rise di cuore e, prendendoci alla sprovvista,
domand: Non c' mica un viennese tra voi?.
Yes Sir, I'm, dissi continuando a parlare in
inglese, senza essermi ancora reso conto che l'ufficiale
americano si era rivolto a noi in dialetto viennese.
E allora parla tedesco, stupido, mi grid ridendo
e con un balzo scese dal carro armato.
Pieni di gioia stringemmo la mano a lui e agli
altri americani che uscivano dai carri armati. Solo
allora potevamo dire di aver riacquistato la nostra
libert: l'avevamo desiderata e fantasticata per cos
tanti anni, e ora nessuno ce l'avrebbe pi tolta.
Gli americani ci diedero un mucchio di sigarette
e di cioccolate, e volevano ingozzarci fino a farci
scoppiare.
Il maggiore americano ci raccont poi brevemente
di essere nato a Vienna nel distretto di Leopoldstadt, dove
aveva vissuto fino al 1938 quando era
emigrato in America con i genitori poco prima che
Hitler entrasse in Austria. Ci caricarono su un secondo
scaglione di carri armati e cos potemmo tornare
con loro in Austria, di nuovo liberi.
Ci dovemmo fermare alcuni giorni a Passau,
dato che gli americani sull'altra sponda del Danubio,
in territorio austriaco, sospettavano la presenza di soldati
tedeschi. Noi sei austriaci restammo con la colonna
di carri armati americani e, per ordine dell'ufficiale
viennese, fummo trattati molto bene. Per ricambiare
aiutavamo in cucina e ci rendevamo utili, la qual cosa
ci procur il benvolere e l'apprezzamento del capocuoco,
ma in generale tutti i soldati americani ci trattavano
molto gentilmente e quasi ci viziavano.
Finalmente arrivammo in Austria e, senza incontrare
resistenza da parte della Wehrmacht, in
pochi giorni raggiungemmo Linz, dove la colonna
americana fece momentaneamente sosta, dato
che l'Austria meridionale e Vienna erano gi state
occupate: ci fu comunicato che potevamo recarci
nell'Austria occidentale e meridionale, ma che per il
momento non dovevamo entrare nella zona di occupazione
russa.
Siccome le poste austriache continuavano a
funzionare, scrissi subito a mia madre che ero vivo
e stavo bene e che avrei proseguito per Vienna non
appena mi avessero rilasciato i documenti necessari.
Dopo solo quattro giorni ricevetti una sua risposta
presso l'ufficio postale che avevo indicato come fermo
posta nella mia lettera. Mi esprimeva tutta la sua
gioia irrefrenabile e mi consigliava di recarmi da mia
sorella a Linz-Efferdingen, dove era stata evacuata da
Vienna nel 1943.
Feci cos una sorpresa a mia sorella, che nel
frattempo si era sposata e aveva due figli. Fu ben felice
di farmi rimanere da lei quattro settimane, accudendomi
e coccolandomi per farmi riprendere dalla
vita nel campo di concentramento.
La tensione psichica che mi attanagliava si attenu
molto lentamente e spesso, soprattutto di notte,
mi capitava di credermi ancora internato. Mia sorella
era cos paziente e amorevole nei miei confronti,
che finii per sentirmi molto meglio: avevo una casa e
potevo vivere in una famiglia.
Dopo circa un mese mi ero ristabilito e nulla
pi poteva trattenermi: volevo tornare a casa da mia
madre, soprattutto dopo essere venuto a conoscenza
della tragica morte di mio padre. Quando ebbi in
mano tutti i documenti necessari, compreso il permesso
di ingresso dal comando russo, partii impaziente
per Vienna.
Rivedendoci dopo tanti anni di separazione e
di incertezza, mia madre e io versammo entrambi
lacrime di gioia, che si mescolarono a quelle amare
per mio padre. Ecco, finalmente potevamo riabbracciarci:
lei il suo ragazzo magro segnato da anni
di prigionia e io la mia mamma premurosa che non
aveva mai perso la speranza di potermi rivedere ancora
vivo e che aveva dovuto aspettare sei anni per
poterlo fare.
Ero di nuovo in camera mia, circondato dalla
presenza familiare e rassicurante dei miei libri universitari.
Tutto era rimasto allo stesso posto, immutato,
come sei anni prima, quando ero dovuto andare alla
Gestapo per non fare pi ritorno. Solo mia madre e
io eravamo cambiati, come se entrambi fossimo stati
strappati alla vita normale: io dalla violenza e dall'oppressione,
lei dalle preoccupazioni e dalle sofferenze.
Avrei voluto concludere gli studi iniziati tanti
anni prima, ma non avevo pi le energie e la capacit
di concentrazione, non riuscivo a dimenticare le
atrocit delle torture, la brutalit dei miei aguzzini;
quando ascoltavo un docente, poco dopo l'attenzione
veniva meno, iniziavo a pensare a quello che avevo
passato e dimenticavo la lezione.
Le immagini del campo di concentramento turbavano
anche i miei sogni, e li turbano ancora oggi.
 da tempo che la gente non parla pi dei massacri
avvenuti nei campi di concentramento nazisti, non
vuole che glielo si ricordi, ma noi non potremo mai
dimenticare ci che ci hanno fatto.
La mia richiesta di riabilitazione per i lunghi
anni di prigionia venne respinta dalle autorit democratiche,
perch come detenuto con il triangolo rosa,
ero classificato tra i criminali, anche se non avevo
fatto nulla di male. Anche i criminali comuni non
ottennero nessuna riabilitazione.
Cos mi cercai un posto da impiegato di commercio,
che non mi offriva certo una grande realizzazione
personale ma che almeno mi dava da vivere.
Nei primi tempi i vicini parlottavano e spettegolavano
sul loro vicino finocchio deportato in un
campo di concentramento, ma siccome conducevo
una vita molto ritirata e non venni mai coinvolto in
qualche scandalo, mi lasciarono lavorare in pace, pur
guardandosi bene dall'instaurare una qualsiasi relazione
con me.
Inizialmente la cosa mi andava bene - appena
tornato non sentivo alcun bisogno di raccontare la
mia storia ad altre persone - ma col tempo questo isolamento
divenne pesante.
A Vienna come altrove, anche se noi omosessuali
vogliamo condurre una vita decorosa, il disprezzo
della gente e la discriminazione sociale sono rimaste
le stesse di trenta o cinquanta anni fa, il progresso
dell'umanit ci ha dimenticati.
Nulla da obiettare sul fatto che per motivi umanitari
sia stata abolita la pena di morte per reati violenti
come l'omicidio o l'assassinio a scopo di rapina,
ma perch verso di noi la societ rimane cos insensibile
e continua a perseguitarci e a condannarci come
ai tempi di Hitler?
La societ attuale, definita progressista, accetta
l'omosessualit e ne fa oggetto di spettacoli teatrali
o di film, ma contemporaneamente disprezza e perseguita
ancora gli omosessuali.
 compito della scienza e delle organizzazioni
umanitarie risolvere questa contraddizione attraverso
un'opera di informazione.
Per ora noi omosessuali siamo ancora costretti
a condurre nell'ombra un'esistenza ai margini. Quasi
nessuno si  degnato di scrivere che, assieme ai milioni
di persone che Hitler fece sterminare per motivi
razziali, vennero sadicamente torturati a morte anche
centinaia di migliaia di persone per il solo fatto
di avere un'inclinazione omosessuale.
Quasi nessuno fino a oggi ha spiegato che il
delirio di Hitler e del suo seguito non si rivolse solo
contro gli ebrei, ma anche contro gli omosessuali, e
che per entrambi venne perseguita una soluzione
finale che aveva come obiettivo il loro totale annientamento.
Che restino sempre nel nostro ricordo,
queste moltitudini di morti,
vittime senza nome e immortali.
 
NAZISMO TEDESCO E FASCISMO ITALIANO A CONFRONTO
POSTFAZIONE DI GIOVANNI DALL'ORTO.

Abbiamo imparato molte cose sulla persecuzione
nazista degli omosessuali (il cosiddetto Omocausto) nel
quasi mezzo secolo trascorso dal 1972, anno
di pubblicazione originale de Gli uomini con il triangolo rosa
di Heinz Heger (ossia Josef Kohout).
Da un lato, la caduta del Muro ha reso accessibili
agli studiosi gli archivi di Berlino Est, rivelando
che n il nazismo era riuscito a cancellare ogni traccia
delle sue malefatte, n le distruzioni belliche di
documenti erano state radicali quanto si era temuto.
Certo, quanto  sopravvissuto  troppo frammentario
per consentire analisi dettagliate, per basta
a rispondere finalmente a domande come quella
sul numero delle vittime dell'Omocausto dopo
anni di congetture che spaziavano dalle poche decine
fino al milione di morti. Dopo gli studi di storici come
Gnter Grau & Clara Schoppmann o Rdiger Lautmann, e di molti
altri, le stime partono da un minimo
documentabile di circa 5 mila vittime, estrapolabile,
tenendo conto dei documenti mancanti, in un totale
che pu andare da circa 15 mila a un massimo di non
pi di 30 mila.
Queste cifre sono abbastanza esigue da rivelarci
che quella nazista non fu una repressione selettiva,
ossia mirata a tenere in riga con punizioni esemplari
la popolazione omosessuale (valutata dai nazisti
stessi a un milione di persone, ma sicuramente ben
pi elevata), e non un Olocausto mirato alla sua
liquidazione fisica, quale fu invece quello scatenato
contro ebrei o Rom.
Allo stesso tempo, per, sono abbastanza elevate
da mostrare che si tratt di una vera persecuzione
intenzionale, e non di uno sfortunato accumulo di
decessi accidentali (per malattia o malnutrizione) di
criminali comuni in detenzione, come gli storici revisionisti
alla Jack Wickoff hanno insinuato.
Dall'altro lato, l'accoglienza positiva del memoriale
di Heinz Heger, convinse altri sopravvissuti
a parlare, persino di fronte a una telecamera,
vincendo la reticenza. La quale aveva inizialmente
anche ragioni oggettive: il Paragrafo 175 (ossia l'articolo
del Codice penale contro gli atti omosessuali, in
base al quale erano stati condannati) nel dopoguerra
era stato intenzionalmente escluso dall'abrogazione
delle leggi naziste, rimanendo in vigore nella Germania
Est fino al 1957, e addirittura fino al 1989 nella
Germania Ovest.
Questa circostanza spiega anche come mai fosse
tanto difficile negli anni Settanta e Ottanta far
percepire la dimensione sociale e politica della persecuzione
nazista degli omosessuali, considerati, da
molti, semplici criminali comuni, meritatamente puniti
dalla giustizia. Addirittura, come racconta Jean
Le Bitoux, in Francia i primi tentativi di commemorare
i triangoli rosa si dovettero scontrare (arrivando
quasi alle mani) con lo sdegno delle associazioni
di ex deportati, che rifiutavano di essere accomunati
agli omosessuali.
In effetti, la reticenza dei sopravvissuti si spiega
anche con gli effetti della propaganda antinazista,
che fin dagli anni Trenta aveva presentato il nazismo
come il prodotto di una congiura di omosessuali (a
partire da Hitler stesso), in cui gli omosessuali ricoprivano
il ruolo di carnefici, non certo di vittime.
Questa narrazione  purtroppo ancora ben
viva oggi sui siti e nei libri americani di estrema destra
(si provi a vedere cosa ne ha scritto Scott Lively),
ma in passato anche la sinistra ci ha flirtato a lungo.
Tanto che gli intellettuali di sinistra crearono un filone
di opere d'arte che legava intimamente decadenza
sessuale e nazifascismo, per esempio in film
di successo come La caduta degli di (1969), Il portiere
di notte (1974), Sal (1975) o Salon Kitty (1976).
Quest'ultimo cre addirittura un filone (il pornonazi, o nazisploitation) che sfrutt la presunta denuncia
del nazismo per dar corpo a luride fantasie sessuali
sadomasochiste.
N il fenomeno si limit ai film. A titolo d'esempio
citer il romanzo Piepel (1961), scritto da un
sopravvissuto ai lager, Kd'Tzetnik 135633 (Yehiel DeNur, 1909-2001), che narra la vicenda di un ragazzino
ebreo che per sopravvivere in un lager si prostituisce
ai libidinosi kap. Si noti che De-Nur aveva gi
ambientato nel bordello di un lager il suo La casa delle
bambole (1953).
Tanto basti per comprendere perch i sopravvissuti
omosessuali ai lager fossero ben poco felici di
essere associati al dibattito su sessualit e nazismo.
A ulteriore prova di quanto fosse diffusa la
moda culturale che mischiava sesso e nazismo, noter
come essa abbia influenzato pure Martin Sherman,
che nel suo Bent - opera teatrale (1979) e poi cinematografica
(1997) che fece conoscere l'Omocausto
al grande pubblico -, non rinunci a una scena in cui
i due amanti nel lager fanno sesso guardandosi, in
piedi, non potendosi toccare.
Perfino Hans Neumann, l'amico che aiut
Kohout a scrivere materialmente Gli uomini col triangolo
rosa, si rivela figlio di questa stagione culturale: lo
si nota nel modo in cui indugia sul perverso sadismo
sessuale degli aguzzini nazisti, un elemento che  invece
di norma assente nei racconti di sopravvissuti ai
lager, sia etero che omosessuali.
COME FU POSSIBILE?
Una delle domande che sorgono sempre quando
si discute di Omocausto : Come  stato possibile?.
Dopo tutto, all'ascesa al potere del nazismo nel
1933 la realt omosessuale tedesca era la pi importante
al mondo, ed era organizzata sia in un ampio
movimento di liberazione sia in un mercato molto
ampio, come ha di recente documentato il bel libro
di Robert Beachy, Gay Berlin. L'invenzione tedesca
dell'omosessualit.
Ebbene, i decenni trascorsi dalla pubblicazione
del memoriale di Kohut hanno permesso di capire
meglio da dove sia arrivato l'apparente fulmine a
ciel sereno. Che ovviamente non fu tale. In effetti,
al momento dell'ascesa del nazismo i partiti laici
borghesi avevano gi abbandonato da anni al loro
destino gli omosessuali, come dimostra il fallimento
dell'ultimo tentativo di abrogazione del Paragrafo
175, decisa in commissione parlamentare nel 1929
grazie ai voti di socialisti e comunisti, ma mai attuata.
Ormai i partiti liberali erano troppo impegnati ad
arginare le rivendicazioni dei lavoratori, dopo che le
misure di austerit e i tagli alla spesa pubblica voluti
da Heinrich Brning avevano portato in tre anni
la disoccupazione al 40%.
Di fatto, insomma, il movimento di liberazione
tedesco cess di ottenere udienza fin dal 1930. Nel luglio
1932 l'elezione a cancelliere del cattolico reazionario
Franz von Papen (1879-1969) diede via libera,
dopo decenni di relativa tolleranza, alle persecuzioni
della polizia, e questo ben prima che il nazismo si
fosse impadronito del potere. Tanto che nell'agosto
1932 il fondatore del movimento omosessuale tedesco,
Magnus Hirschfeld (1868-1935) giudic prudente
non rientrare in patria dopo un viaggio all'estero, e
prese la via dell'esilio.
C' di pi. Lo storico che allarga lo sguardo
all'intero mondo di quegli anni nota un fenomeno interessante:
la persecuzione nazista in Germania, quella
sovietica in URSS (che si stima abbia causato l'invio nei
gulag di ben 1.216 persone) e in misura minore quella
(molto meno grave ma non indolore: ne parleremo a
lungo fra poco) fascista in Italia, furono solo i picchi
pi alti, quelli che in una catena montuosa svettano
su tutti e che a chi osservi da lontano sembrano sorgere
isolati. Mentre in realt furono solo gli episodi di
particolare violenza di una campagna antiomosessuale
diffusa, su diversa scala minore, in tutto l'Occidente.
La persecuzione stessa delle persone omosessuali
fu poi, a sua volta, un dettaglio all'interno di
una marea montante, che aveva un ampio fronte di
bersagli e che era estesa (grazie anche alla neonata
Interpol) a tutto il mondo occidentale.
Questa marea premeva non solo per la repressione
del mondo omosessuale, percepito come sempre
pi svergognato, ma con ancora maggior forza per
la repressione della crescente sfacciataggine delle
donne, delle classi inferiori, delle razze inferiori.
L'Omocausto fu insomma solo uno fra i tanti elementi
di un richiamo all'ordine generale lanciato da
una borghesia spaventata perch non riconosceva pi
il mondo, dopo il massacro della Grande guerra e soprattutto
dopo la Grande Depressione del 1929.
In mezzo alle macerie di tutte le certezze, la
gente perbene cerc di ridare un senso alla propria
vita, di rimettere le cose a posto. Tentando (come
han mostrato George Mosse per la Germania e Bruno
Wanroij per l'Italia) di ripristinare quella rispettabilit
in cui credeva ancora, aspirando a un mondo
in cui gli uomini tornassero ad essere veri uomini,
le donne vere donne (cio, sottomesse in tutto ai
maschi), le classi subalterne capissero di essere tali abbandonando
ogni fantasia marxista, e le razze inferiori
(non solo gli ebrei e i Rom, ma negli Usa i neri e i
Nativi, in Germania gli slavi, e ovunque i popoli colonizzati)
si mettessero bene in testa di essere inferiori.

E IL FASCISMO ITALIANO?
Sarebbe logico aspettarsi che il fascismo italiano,
per il fatto di collocarsi all'estrema destra come il
nazismo, abbia avuto verso la realt omosessuale un
atteggiamento simile a quello del suo omologo tedesco.
E in effetti il fascismo italiano perseguit gli
omosessuali, proprio come il nazismo, tuttavia non
arriv mai a una scelta tanto drastica quanto quella
dei lager, limitandosi alla privazione della libert
personale. Soltanto nell'area (Venezia Tridentina e
Venezia Giulia) che sul finire della Seconda guerra
mondiale i tedeschi sottrassero alla Repubblica Sociale
italiana, con l'intenzione di annetterla a guerra
finita, Marco Reglia ha trovato tracce di deportazioni
di alcuni omosessuali verso i lager tedeschi.
Ci non equivale affatto a dire che il fascismo
sia stato buono: le pene ci furono e chi le sub ebbe
la vita rovinata per sempre. Ci equivale per a dire
che il fascismo non fu altrettanto violento nella repressione
di quanto lo sia stato il suo omologo tedesco.
E questo non per meriti intrinseci, bens perch
semplicemente i due fascismi seguirono entrambi
le tradizioni giuridiche esistenti prima della loro conquista
del potere, che erano molto diverse fra loro.
Ho gi avuto modo di mostrare in precedenza i
motivi per cui la tradizione legislativa dei Paesi cattolici
(e quindi anche dell'Italia fascista) rifugga da
persecuzioni clamorose come quelle comuni nei Paesi
di tradizione protestante, preferendo il divieto di dire e
di essere, piuttosto che il divieto di fare.
Proprio perch pi dolce e umanitaria,
questo tipo di repressione (che punta a distruggere
la personalit, lasciando intatto il corpo) pu essere
applicata anche ai giorni nostri senza suscitare scandalo.
E proprio perch lascia meno tracce dolorose 
pi facile da tenere nascosta.
Questo spiega perch nel primo dopoguerra in
Italia si fosse persa memoria della persecuzione operata
dal fascismo, con mezzi meno sanguinari di quelli
nazisti, contro gli omosessuali italiani.

UNA RICERCA IN ARCHIVIO DI STATO.
Nel 1986 l'Associazione Nazionale dei Perseguitati
Politici Antifascisti (ANPPIA) segnal ad Arcigay
la presenza di 82 omosessuali fra i circa 20 mila
confinati politici, i cui fascicoli sono conservati presso
l'Archivio di Stato a Roma. Ebbi cos occasione
di studiare per primo quei dati e di pubblicarne un
resoconto, a cui negli anni successivi si aggiunsero
via via i risultati delle ricerche di Gianfranco Goretti,
Carola Susani, Marco Reglia, Cristoforo Magistro,
Nerina Milletti e soprattutto di Lorenzo Benadusi,
che hanno ampliato enormemente le conoscenze (si
veda la Bibliografia).
Quasi tutti i processi che ho esaminato risalgono
agli anni 1938-1939, quando gli omosessuali furono
classificati come detenuti politici, per effetto
delle leggi sulla difesa della razza che il fascismo
aveva promulgato, scimmiottando quelle tedesche.
Sui cinquantasei confinati presenti nel 1940
a San Domino delle Tremiti, ben quarantasei erano
stati inviati dal solo questore Molina di Catania, un
fascista fanatico autore da solo di met di tutti gli invi al
confino politico di omosessuali in Italia. (Franco
Goretti ha dedicato una monografia allo studio del
gruppo dei catanesi). Altri nuclei minori vennero da
Firenze e Salerno. Si tratta in tutti i casi di maschi,
con una sola eccezione a Perugia nel 1928, quando
una donna che aveva lasciato il marito per un'altra
donna caus uno scandalo cittadino, che fu soffocato
colpendo la seduttrice con questa misura (anche se
poi la rea al confino non and mai, come ha scoperto
Nerina Milletti studiando il suo caso).
Ci rende sufficientemente completo il quadro
dell'Italia diversa del periodo fascista. C' veramente
di tutto: il contadino, il sacerdote, l'analfabeta,
il funzionario, il pedofilo e il prostituto, il meridionale
e il settentrionale, il travestito e la velata.

LA TOLLERANZA REPRESSIVA.
Prima di analizzare il materiale d'archivio, vale
la pena di fare alcune considerazioni sulla situazione
legislativa italiana.
L'atteggiamento a prima vista benevolo (per
lo meno al confronto di quello nazista) del fascismo
italiano non si spiega, come a prima vista potrebbe
sembrare, come un disinteresse delle autorit verso
la repressione delle attivit sessuali devianti. Ci
sarebbe stato assurdo per un movimento che aveva
preso il potere con la promessa di riportare ordine e
disciplina nella societ.
Quella del fascismo fu semplicemente una scaltra
strategia che puntava al minimo sforzo, al minimo
disagio sociale, e al massimo rendimento.
Seguiamo l'evoluzione delle leggi dall'Unit in
poi. L'Italia umbertina prima, quella fascista poi, e
quella democristiana subito dopo, usano tutte la medesima
strategia di controllo sociale: la tolleranza
repressiva appunto; persino quando nel 1936 l'Italia
cerca di scimmiottare la Germania nazista dichiarando
gli omosessuali nemici della sanit della razza, si
limita a mandarli al confino.
Colpisce il fatto che il confino politico (non
quello comune) per omosessualit, inaugurato nel
1936, non dur a lungo. Bastarono tre anni perch
le autorit si stancassero di quel metodo di controllo
cos complicato e costoso: nel 1940 tutti i confinati
furono rispediti a casa (sotto il controllo occhiuto del
parroco, del commissario di polizia, dei parenti e dei
vicini). Di confino politico per gli omosessuali non si
parl pi.
E questo accadeva mentre i lager nazisti divoravano
un numero sempre crescente di omosessuali tedeschi.
Il confino era comminato non sulla base di una
legge, bens del Testo unico di pubblica sicurezza, che
dava alla polizia il potere discrezionale di eliminare
dalla convivenza sociale un individuo che avesse un
atteggiamento scandaloso. Per questo non era necessario
un processo regolare (ne bastava uno sommario),
non erano necessarie prove, in quanto le doveva
fornire la polizia, che proponeva il confino e la
cui parola d'onore costituiva essa stessa una prova.
Non era necessario provare, come nelle nazioni
in cui esistevano vere e proprie leggi contro l'omosessualit,
che un dato atto omosessuale era stato
compiuto, specificando dove, quando, da chi e con
chi. Bastava che la polizia affermasse che una certa
persona dava scandalo, e ci bastava.
In questo modo fu facile punire quegli omosessuali
che non vivevano in modo sufficientemente segreto
la loro condizione.
Ma il confino era solo una delle armi a disposizione
del potere: altri metodi repressivi di cui ho
trovato traccia negli archivi sono il pestaggio, l'invito
a bersi una bottiglia di olio di ricino, il licenziamento
se si lavorava per un ente pubblico, e molto spesso anche
l'ammonizione (una specie di arresto domiciliare
mitigato), sotto sorveglianza costante della polizia.
Sono tutte forme di repressione che non passano
attraverso un processo penale regolare, e perci
non lasciano traccia, non si prestano a essere pubblicate
sui giornali, sono indolori per la societ, ma non
ovviamente per chi ne  colpito.
Ed  importante notare che la Repubblica (antifascista
e nata dalla Resistenza) le avrebbe ereditate
tutte, salvo naturalmente l'olio di ricino. Il confino,
per esempio, venne applicato fino agli anni Settanta,
anche se solamente alle persone transessuali.
Fra l'Italia umbertina, quella fascista e quella
che sar poi democristiana, non esiste insomma soluzione
di continuit: cambiano i regimi, ma non
la condizione legale dell'omosessualit, che continua
a non essere penalmente perseguibile. Si tratta
di un'unica tradizione giuridica, abbastanza forte da
convincere il fascismo a non approvare mai una legge
specifica contro l'omosessualit, pur avendone avuto
un'occasione nel 1933 con l'approvazione del Codice
Rocco. Carola Susani ha fatto un'ottima analisi dei
dibattiti parlamentari che portarono alla decisione di
bocciare l'articolo che avrebbe reso un reato gli atti
omosessuali, dimostrando che si tratt di una scelta
deliberata e non di una dimenticanza.
Analoga, ma rovesciata,  la continuit esistente
fra la Germania imperiale, la Repubblica democratica
di Weimar, il Terzo Reich nazista e la Repubblica
federale tedesca (almeno fino alla parziale abrogazione
del Paragrafo 175). Siamo di fronte a un chiaro caso di
viscosit delle istituzioni anche qui: ogni governo
si muove nella direzione del solco tracciato da quello
precedente, anche se poi il modo di applicare le leggi
cambi notevolmente di governo in governo.

REATI POLITICI O REATI COMUNI?
Le motivazioni della repressione contro gli
omosessuali nel periodo che ho esaminato furono
politiche, mentre prima e dopo, il confino a cui venivano
mandati gli omosessuali (anzi, i pederasti)
era il confino comune. Si ricordi che il Codice Rocco
(promulgato dal fascismo nel 1933, e tuttora in vigore)
non prevede l'omosessualit (tra adulti consenzienti
e in privato) come figura di reato. Nulla dunque nelle
stesse leggi fasciste permetteva di considerare gli atti
omosessuali compiuti senza violenza o scandalo come
reati di diritto comune.
Del resto le autorit fasciste furono esplicite nel
dichiarare l'elemento politico e ideologico della loro
azione. Per esempio, nella cartella di Nunzio H. di
Palermo  contenuta una comunicazione del prefetto
di Foggia che avvisa che quel confinato comune 
giunto alle Tremiti.
Il prefetto di Palermo gli risponde puntualizzando:
In relazione alla nota a margine informo che
l'individuo in oggetto  confinato politico e non comune.
Del resto, le stesse motivazioni della condanna
contro Nunzio H. (Delitti contro la razza e le disposizioni
di educazione dei giovani del Regime) sono squisitamente
ideologiche e politiche.
E cos  anche nella maggior parte degli altri
casi: don Enrico M. viene condannato il 10 giugno
1937 per aver svolto opera contraria con (sic) le direttive
dello Stato per la tutela della moralit; Otello A.,
che gestiva una trattoria in Eritrea,  condannato il
31 ottobre 1938 per menomazione al prestigio della
razza, essendosi abbandonato passivamente ad atti di pederastia
con indigeno dell'Africa orientale italiana. E si
potrebbe proseguire sulla stessa falsariga con decine
di altri casi.
Quello che il confino pun qui non furono insomma
azioni delittuose (come potrebbero essere le
attivit mafiose, per cui era comminato il confino
comune) ma la semplice presunzione di diversit.
Lo si nota per esempio nel caso di Barbaro M.,
che viene condannato l'8 maggio 1939 a ben 5 anni
di confino perch in paese (in provincia di Catania)
si dice che sia omosessuale, in quanto veste in
modo effeminato e frequenta cattive compagnie.
Nessun atto preciso pu essergli contestato:
prove della sua colpevolezza sono solo la vox populi, e un
discutibile esame dell'ano compiuto da un
medico che sentenzia: Dedito alla pederastia passiva.
L'INEFFABILE QUESTORE DI CATANIA
Se tutto questo non fosse ancora sufficiente,
avremmo comunque l'appoggio del sublime questore
Molina di Catania. Questi, preso da sacro furore,
inizi nel 1939 una rabbiosa campagna contro i pederasti.
Per tutto l'anno impervers in citt e provincia,
chiudendo le sale da ballo frequentate dai pederasti,
compiendo raid in case private, spedendo in una
botta sola al confino venti omosessuali di Catania e
nove di Paterno, giungendo a dichiarare persone pericolosissime
per l'ordine sociale persino ragazzi di
diciotto, diciannove anni!
Il lato pi stupefacente di tale personaggio 
senz'altro la sua stranissima concezione dell'omosessualit,
che avremo modo di esaminare. A giustificazione
delle sue iniziative, il nostro eroe si sentiva
in dovere di accludere a ogni fascicolo un testo ciclostilato,
in cui si lamentava che nel silenzio della
legge non si potesse intervenire con provvedimenti pi
energici perch il male venga aggredito e cauterizzato nei
suoi focolai. Per fortuna, aggiunge: A ci soccorre il
provvedimento del confino di polizia. In altre parole:
il confino  usato dichiaratamente in sostituzione di
una legge antiomosessuale che non esisteva nel Codice
penale italiano.
Cos lui riassume la situazione:
La piaga della pederastia in questo capoluogo tende ad aggravarsi
e generalizzarsi perch giovani finora insospettati
ora risultano presi da tale forma di degenerazione sia passiva
che attiva, che molto spesso provoca anche molti mali
venerei. In passato molto raramente si notava che un pederasta
frequentasse caff e sale da ballo o andasse in giro per
le vie pi affollate; pi raro ancora che lo accompagnassero
pubblicamente giovani amanti od avventori.
Il pederasta ed il suo ammiratore preferivano allora le vie
solitarie per sottrarsi ai frizzi ed ai commenti salaci; erano
in ogni caso generalmente disprezzati, non solo dai pi timidi,
ma anche da quelli che passavano per audaci o senza
scrupoli, ma che in fondo erano di sana moralit.
Oggi si nota che anche molte spontanee e naturali ripugnanze
sono superate e si deve constatare che vari caff,
sale da ballo, ritrovi (balneari e di montagna, secondo le
epoche) accolgono molti di tali ammalati, e che giovani di
tutte le classi sociali ricercano pubblicamente la loro compagnia
e preferiscono i loro amori snervandosi ed abbruttendosi.
Questo dilagare di degenerazione in questa citt ha richiamato
l'attenzione della locale questura che  intervenuta
per stroncare o, per lo meno, arginare tale grave aberrazione
sessuale che offende la morale e che  esiziale alla sanit
ed al miglioramento della razza, ma purtroppo i mezzi adoperati
si sono dimostrati insufficienti.
I fermi per misure, le visite sanitarie, la maggiore sorveglianza
esercitata negli esercizi pubblici e nelle pubbliche
vie, non rispondono pi alla bisogna. Perch infatti i pederasti
fatti pi cauti per eludere la vigilanza della pubblica
sicurezza ricorrono ad una infinit di ripieghi.
 STORIE ITALIANE, STORIE DI TUTTI.
La consultazione dei fascicoli dell'Archivio 
stata per me un'esperienza umana, oltre che storica.
Dalle lettere di supplica, le relazioni, le proteste, gli
aridi rapporti di polizia, emergeva in maniera nettissima
un mondo di affetti negati, dignit calpestate,
slanci coraggiosi di affermazione del proprio diritto
alla felicit, impauriti tentativi di rimettersi in riga
per evitare ulteriori persecuzioni. Sono storie di tre
quarti di secolo fa, ma sono ancora storie di tutti: 
impossibile leggere questi racconti senza trovarne almeno
uno che assomigli alla nostra vicenda di omosessuali.
Essi ci restituiscono la dimensione collettiva
delle nostre vite individuali.
Apriamo insieme il fascicolo di alcuni casi
umani particolarmente significativi, per farci raccontare
la loro storia.
Nel giugno ultimo scorso (1938) veniva malmenato in una
via centrale di B. (paese in provincia di Piacenza) il sarto
Dante A. (...); e la popolazione apprendeva con soddisfazione
la notizia, perch tale episodio era stato determinato
da un tentativo di corruzione e da atti di libidine violente
commessi dall'A.: in persona dell'avanguardista Franco F.
(un ragazzino minorenne).
Con questo inizio si apre la relazione della
questura di Piacenza sul caso di Dante A. Dopo questo
pestaggio pubblico (su cui ci si era ben guardati
dall'indagare) il nostro non aveva per desistito dalle
sue losche voglie attirandosi guai anche peggiori.
Spinto da gelosia aveva infatti scritto una lettera,
o per meglio dire aveva cercato di menomare la
reputazione del dott. T. A., al quale aveva inviato lettera
di contenuto offensivo e con chiaro invito a non frequentare
il Franco F. perch, a suo dire, gli apparteneva.
Purtroppo Dante A. s'era trovato di fronte a un
rivale in amore troppo potente per lui: In effetti il
dott. T. A., essendo ufficiale della Giovent Italiana del
Littorio, trattava con speciale simpatia l'avanguardista F.
perch giovanetto sveglio e intelligente.
A riguardo del dott. T. la questura dimostra
una strana deferenza, a tutto scapito, si direbbe, della
difesa dell'integrit morale del povero Franco F.,
affidato a troppo premurose cure: Anche sul conto del
dottore corrono da tempo dicerie di omosessualit; per
nulla  emerso nei suoi riguardi, mentre d'altro canto egli
gode in paese di stima e rispetto. Strano atteggiamento,
visto che per simili dicerie, come abbiamo visto,
molti altri furono mandati senza problemi al confino.
Quale potere avesse a quell'epoca la pressione
sociale, al di fuori degli strumenti legali di pressione,
lo abbiamo appena visto. Un buon pestaggio
in mezzo al paese (bench non previsto dal Codice
penale), poteva essere altrettanto efficace (e compromettente)
di un arresto.
Dove per il cosa dir la gente? raggiungeva
la massima efficacia era in Sicilia, dove la maggior
parte della popolazione era ancora legata al tradizionale
concetto di onore.
Il caso in cui risulta meglio evidente il potere
delle pressioni sociali  quello di Orazio L., un ragazzo
di vent'anni, figlio di genitori poverissimi che, come
si usava fare in passato, lo avevano mandato a studiare
in seminario perch si facesse una posizione, per
poi aiutare la numerosa famiglia. L'arresto compromette
questo investimento economico-politico,
stroncandogli sul nascere ogni possibilit di carriera
come insegnante, e al tempo stesso attirandogli l'ostracismo
di quanti lo conoscono.
Cosa significhi l'ostracismo Orazio L. lo avrebbe
sperimentato allorch, al confino alle Tremiti,
avrebbe chiesto l'autorizzazione a scambiare corrispondenza
con alcune persone. Nessun problema
avrebbe avuto per quel che riguarda la madre, la nonna
e una zia.
Ma, al di fuori di questa cerchia, nessun altro
avrebbe accettato di scrivergli.
Non tutti i documenti sono cos nettamente
drammatici. In alcuni casi si riscontrano elementi
comici, o addirittura boccacceschi, che non possono
non strappare un sorriso (magari di simpatia).
Prendiamo per esempio Otello A., gestore di
una trattoria in Eritrea, che aveva osato avere relazioni
sessuali con un indigeno diciannovenne. Per
sorprenderlo sul fatto, i carabinieri e la polizia indigena
organizzarono un vero e proprio assedio alla sua
abitazione.
Ecco il variopinto verbale di uno degli assedianti:
Una sera del dicembre 1937, mentre rivestivo il grado di
zapti, fui comandato verso le 21, assieme al carabiniere C.
Ignazio, di appiattamento all'abitazione di un nazionale di
nome Otello, per verificare se col connazionale medesimo
andava a passare la notte un ragazzo indigeno, certo Abraha
G. La stanza da letto del nazionale aveva due porte. A
guardia dell'altra mi misi io. (...).
Verso le quattro o quattro e mezzo il comandante la stazione
si diresse alla porta alla quale vigilava il carabiniere e buss
ripetutamente. L'Otello domand spaventato che cosa c'era
e quando gli fu risposto: Carabiniere, disse di attendere
che avrebbe acceso la candela. Egli invece, al buio, venne
ad aprire la porta chiusa a chiave, alla quale ero io di sorveglianza, per fare uscire l'Abraha, che io fermai puntandogli
la pistola. L'Abraha aveva indosso solo una maglietta corta
e mi disse che voleva uscire per orinare (...).
Otello A. fu condannato a due anni di confino,
in considerazione del suo passato di buon fascista.

LE DUE ITALIE SUL DOPPIO BINARIO.
L'immagine che emerge dai documenti  quella
di un'Italia diversa che procede su un doppio binario.
Se da un lato troviamo, nelle grandi citt, una
sottocultura strutturata con i suoi luoghi canonici
di incontro (bar, sale da ballo, gabinetti pubblici, parchi)
dall'altro emerge la grande massa degli omosessuali
che vive in piccoli centri (non dimentichiamo
che l'urbanizzazione di massa in Italia risale al dopoguerra)
e che si arrangia seguendo altri schemi culturali
e di comportamento.
E quella omosessualit rurale che tanto rimpiangeva
Pasolini, e che si  spenta sotto i colpi della
rivoluzione sessuale.
Ci troviamo infatti di fronte a una societ che
valuta l'atto sessuale come prestazione e prodezza
(di cui ci si pu vantare), ma che preclude ai giovani,
fino a un'et piuttosto avanzata, l'accesso ufficiale
alla sessualit. In tale situazione gli adolescenti, pur di
sfogarsi in un modo qualsiasi, si dimostrano sorprendentemente
disponibili ad avventure omosessuali.
Non illudiamoci, per: non si tratta di una cosciente
rivalutazione del lato omosessuale esistente in
ogni individuo, ma di un surrogato, di un meglio che
nulla.
Un'impressionante documentazione su questa
omosessualit di compensazione che esisteva
in ambiente contadino - un mondo che tradizionalmente
riesce a lasciare solo poche tracce di s e del
proprio modo di pensare - la troviamo nel processo
contro lo scatenatissimo parroco di un paesetto rurale
del Lazio.

L'OMOSESSUALIT RURALE.
Don Amedeo A. aveva per anni approfittato
della sua posizione per attirare a casa numerosi ragazzi,
quasi tutti figli di contadini, agendo con tale sfrontatezza
da suscitare uno scandalo enorme, conclusosi
fatalmente con il suo invio al confino.
Alcuni elementi emergono con prepotenza dalle
numerose testimonianze. Primo, i ragazzi per loro stessa
ammissione non opponevano resistenza. Secondo,
tornavano dal prete di loro spontanea volont. Terzo,
molti di loro parlando degli atti sessuali compiuti con
don A. li definiscono semplicemente divertimenti:
Si ripeterono i divertimenti ed alla fine io misi l'asta virile
nell'ano del prete, dichiara laconicamente uno di loro.
Quarto, i ragazzi non tacevano affatto le loro
avventure, ma anzi spesso se le raccontavano a vicenda.
Proprio da quest'ultima circostanza fu causata
la rovina di don A. che, per far cessare le voci che
giravano sul suo conto, querel e fece condannare per
diffamazione due ragazzi, attirandosi l'odio di tutto il
paese che ben sapeva che quanto i due avevano detto
corrispondeva al vero.

L'OMOSESSUALIT MEDITERRANEA.
 in questo contesto che ha le sue radici quella
che  stata definita l'omosessualit mediterranea,
cio quel particolare modo di vivere e interpretare il
comportamento omosessuale, diffuso sulle due sponde
del Mediterraneo.
Con i casi di confinati catanesi, e le sfottenti
relazioni del questore Molina, ci troviamo di fronte a
una vera miniera di dati e documenti relativi a questa
cultura altra dell'omosessualit.
Gi nel linguaggio usato da Molina si nota che
la ragione che sta alla base della sua azione non 
quella che motiva, ad esempio, i suoi colleghi di Firenze
o Milano.
Molina parla de il pederasta ed il suo ammiratore.
L'ammiratore del pederasta? Chi sar mai? Scorrendo
le altre relazioni si comincia a capire: i criteri
di catalogazione di Molina non hanno nulla a che
vedere con quelli degli psichiatri e specialisti vari
dell'omosessualit del suo tempo, e nemmeno con
quelli che usiamo noi oggi.
Secondo Molina, Antonio P., per esempio,
confessa il suo vizio e lo pratica con grave scandalo e
pericolo per i giovani dell'altro sesso. L'altro sesso? Le
donne, dunque? No, la lingua italiana  esplicita: i
giovani si riferisce a persone di sesso maschile.
Dunque  appurato che i pederasti sono un
sesso a parte. Ma a parte rispetto a chi? Rispetto
ai maschi, come apprendiamo spigolando qua e l:
di una delle sue vittime Molina dice: Si  adattato a
farla da femmina, di un altro afferma che da principio
resistette ai voleri dei maschi ma poi si dedic senza ritegno
alla pederastia.
A conferma di tale bizzarra mentalit, Molina
bolla come pederasti passivi tutti i quarantasei
omosessuali che manda al confino: pederasta e attivo,
nella sua ottica, sono termini antitetici. Nessuno
viene da lui inviato al confino per pederastia
attiva. Di un confinato Molina dice addirittura che
ha tradito il suo sesso.
Vediamo di riordinare i frammenti. Per Molina
il mondo si divide in maschi, che hanno delle giustificate
e lecite brame di tappare i buchi (e che non
sono punibili per questa naturale brama), femmine,
e infine pederasti, che altro non sono che uomini che
tradendo il loro sesso la fanno da femmine e subiscono
i voleri del maschio anzich imporre i propri.
La discriminante, nella sua mentalit, non corre
fra atti sessuali con individui dello stesso sesso e
atti con persone di sesso diverso (come accade nel
Nord Italia), ma fra individui che nell'atto sessuale
assumono il ruolo attivo e quelli che assumono il ruolo passivo. 
La trasgressione consiste nel mutare il proprio
ruolo, non nel mutare il sesso del partner.
Tuttavia Molina si trova di fronte sia a disposizioni
legislative che non sono perfettamente sovrapponibili
alla sua mentalit, sia a una sottocultura
omosessuale che non pu essere interpretata secondo
tale schema di attivo/passivo.  cos costretto a forzare
la realt, in modo da far combaciare la sua mentalit
e quella di chi ha stilato le leggi. Da qui nasce
l'assioma secondo cui solo i passivi sono necessariamente
pederasti, e che quindi tutti i pederasti devono
essere per forza di cose passivi.

I RACCOMANDATI DI FERRO.
Gli omosessuali ricchi, colti, famosi, in vista,
hanno sempre trovato il modo di far pendere la bilancia
della giustizia dalla loro parte.
La vita al confino era difficile. Il regolamento
delle Tremiti imponeva di darsi a stabile lavoro, ma
che lavoro si trovava nelle boscose isole che contavano
ben quattrocento abitanti in tutto? Nel 1940
lo Stato passava 4 lire al giorno a ogni confinato, ma
un chilo di fagioli costava 5 lire e un chilo di pane ne
costava 2,40. Il sogno di tutti i confinati era quello
di essere trasferiti in un comune di terraferma, dove
esistesse qualche possibilit di lavoro. Quasi nessuno
ci riusc.
Ce la fece per Vittorio B., possidente romano.
Il suo avvocato si present infatti al Ministero con un
biglietto firmato dal direttore de Il popolo di Roma,
in cui lo si definiva un vecchio amico e collaboratore
e si raccomandava di ascoltarlo con benevolenza.
Il trasferimento venne, in quindici giorni.
Quando un confinato scrisse lamentandosi del
trattamento di favore riservato al raccomandato, al
Ministero si reag soltanto verificando che chi aveva
fatto la raccomandazione avesse il diritto di farla.
Dopo di che il ricco Vittorio B. rimase in terraferma,
e i poveri diavoli rimasero alle Tremiti.
Quel che  giusto,  giusto.

LE REAZIONI DELLE FAMIGLIE.
La famiglia era per il confinato un legame importantissimo
con il mondo di fuori. C' da dire
che di rado il confinato omosessuale veniva abbandonato
dai suoi. Antichi codici di solidariet familiare
(capiti quel che capiti) imponevano ai congiunti pi
stretti di sostenere il figlio/fratello/marito in disgrazia.
Se ci furono ripudi, si tratt di cugini, cognati, o parenti
acquisiti.
Non  per sempre facile valutare quale fosse
in realt l'opinione dei familiari, e per due ragioni.
La prima  che il figlio omosessuale era spesso l'unico
che non si sposava, e per questo motivo era anche l'unico,
non avendo moglie e figli a carico, che poteva
mantenere i vecchi genitori. Quale che fosse la loro
opinione sulla perdistiria o uomosessualit del figlio, il
suo ritorno era per loro una condizione essenziale di
sopravvivenza economica, e quindi era desiderato in
tutti i modi. Senza contare che si pu presumere che
la lunga convivenza avesse portato molti di loro a rassegnarsi
al vizio del pargoletto.
In secondo luogo, nelle suppliche di grazia che
sono conservate nei fascicoli spesso non sono i genitori
stessi a scrivere, ma avvocati o comunque persone a
cui l'anziano analfabeta si era rivolto. Il pensiero del
parente  quindi filtrato attraverso quello del legale,
e oltre tutto compresso in un modulo standard che,
nel tentativo di massimizzare l'effetto, era obbligato
da un lato a deprecare severamente certe immonde
sozzure, e dall'altro a negare che il figlio, povero giglio
innocente, ci si fosse giammai abbandonato.
Fortunatamente alcuni genitori o fratelli decisero
di scrivere di persona, o perch troppo poveri per
pagare un avvocato, o perch ormai sfiduciati dall'efficacia
delle suppliche scritte da altri. Le loro reazioni
si possono cos dividere: una parte ammetteva la
colpa del figlio, ma invocava attenuanti: Ha peccato
Paolo, sissignore. Il destino, l'infame destino. Ma ora ha
promesso di diventare il pi buono e meno cattivo di tutti
i giovani, perch ancora non ha nemmeno 19 anni e pu,
e deve rimettersi, scrive un padre.
Alcuni promettono di sorvegliare maggiormente
il figlio (fra i confinati catanesi c' un cospicuo contingente
di giovanissimi diciottenni, diciannovenni).
Altri invocavano il perdono: Se per caso mio figlio
risulta peccatore, prego di perdonarlo, come Idio perdona
a tuttu le suoi Crocifissore e pecatore, cos perdono per lui
che dio cello sa bene ricompinzari, supplica un'anziana
e poverissima madre catanese.
Un'ultima parte, al contrario, sosteneva che
il figlio/fratello era innocente, vittima di calunnie e
vendette. Qualcuno pare convinto di quel che dice:
alcune mamme arrivano al punto di inviare la foto
del figlio al ministro, per mostrare che con quella faccia
il povero figlio loro non poteva che essere un
bravo ragazzo immune dalla colpa imputatagli.
Un'ultima parte infine (ma  una minoranza)
invocava l'irresponsabilit del figlio. C' un'implicita
disapprovazione in tale linea di condotta: meglio il
manicomio che il soggiorno obbligato con la fama di
finocchio. Cos il padre di Giuseppe C. afferma che
il figlio avendo fatto la meningite da piccolo  una
figura di cretino e un perfetto scemo, e quindi irresponsabile
dei suoi atti.
A volte i sintomi dell'infelicit della vita
dell'omosessuale vengono spacciati come cause (e
non come conseguenza) della sua diversit. La famiglia
del gi citato Dante A. dichiara che il figlio  un
povero malato di mente:  affetto da deficienza mentale:
carattere chiuso, con timidezza eccessiva, amante della
solitudine tanto che non ha mai avuto veri e propri amici.
Altra prova della sua deficienza: Il suo perenne
stato di depressione che lo fa sovente uscire in confusi propositi
di suicidio.
Un simile assurdo atteggiamento nasce sempre
da un binomio: una famiglia molto povera e culturalmente
sprovveduta e un avvocato. Quest'ultimo non
trova nulla di male nel rinchiudere in manicomio il
confinato, e la famiglia non riesce a trovare obiezioni.
...
IL DESTINO DELL'OMOSESSUALE.
...
Prima di chiudere questa galoppata attraverso
i documenti d'archivio, voglio proporre ancora una
testimonianza molto significativa, l'unica in cui un
omosessuale, evitando il ritornello del io con certa
gentaglia mai ebbi a che fare in vita mia, parli coralmente
di noi, descrivendo la condizione umana dei
confinati delle Tremiti.
Chi scrive  un ragazzo di vent'anni, garzone.
Manco a farlo apposta,  uno di quelli per cui l'avvocato
di famiglia aveva puntato sulla strategia dell'irresponsabilit
morale perch incapace di intendere e di volere.
Ecco le sue parole:
Gi  passato un anno dal nostro arresto. Chiunque pu
conoscere il nostro caso, (come siamo stati presi dalle nostre
abitazioni, senza una ragione specifica, e di pi, la maggior
parte di noi senza precedenti) non pu frenare un senso di
indignazione. Su questo punto desidero non essere prolisso,
perch spero che anche codesto on.le Ministero si accorger
dell'ingiustizia usata, specialmente a molti di noi.
Ma non pu saperne tutte le conseguenze: a chi  morto il
padre, perch, essendo un po' avanzato d'et, non ha potuto
superare il dolore di vedersi strappato all'improvviso e senza
ragione dal suo amplesso un figlio che amava immensamente.
A chi  morta la sorella, perch troppo sensibile per
poter sopravvivere a simile onta; a chi il fratellino allattante
- per lo spavento subito dalla puerpera -  stato colpito da
un male incessante ecc. ecc.
Per le nostre povere mamme  stata come un'epidemia, quasi
tutte sono ammalate al cuore.
Anche la povera mamma mia  tanto ammalata e non pu
pi lavorare e sostenere la famiglia perch il babbo  da
tanto tempo invalido al lavoro. Avevo un altro fratello pi
piccolo che poteva aiutarla; e proprio lui ora si trova sotto
le armi (...).
Dunque prego l'on.le Ministero che si degni dare alla mia
poverissima famiglia un piccolo sussidio, oppure voler mutare
la mia pena in ammonizione per io poter cos lavorare
e sostenere la famiglia. Devotissimo: S. Salvatore.
La domanda non venne accolta.
...
.
...
FINE.
...
.
...
BIBLIOGRAFIA PER APPROFONDIRE. a cura di Giovanni Dall'Orto.
...
La bibliografia  pensata per un approfondimento scolastico. Si limita quindi ai soli scritti in lingua italiana o, se in lingua straniera, sul solo fascismo italiano.
Per non ingombrare con lunghi link, ho indicato solo come on line i testi rintracciabili in Rete usando un motore di ricerca.
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Si pu trovare un'ulteriore bibliografia consultando:Soggetto: Fascismo su Culturagay.it: www.culturagay.it/cerca?s=fascismo
Sezione: Gays and lesbians, dell'Holocaust museum di New York: www.ushmm.org/collections/bibliography/gays'and' lesbians.
...
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...
FINE.